
Ho sempre pensato che le aziende non fossero fatte di macchine, ma di persone. È un’affermazione ovvia, quasi banale. Eppure, dopo più di trent’anni trascorsi nelle aziende, a fianco di imprenditori e manager, posso dire che la vera sfida non è organizzare processi o strutturare sistemi: la sfida è gestire le emozioni.
Non quelle “esagerate” che immaginiamo nelle relazioni personali, ma quelle sottili, silenziose, che determinano la qualità di un ambiente di lavoro: fiducia, collaborazione, appartenenza.
La chimica della fiducia
La scienza ci ha aiutato a capire perché alcune aziende prosperano e altre si logorano dall’interno. Paul Zak, neuroscienziato e pioniere nello studio delle emozioni in ambito organizzativo, ha dimostrato che un semplice ormone – l’ossitocina – gioca un ruolo chiave nel favorire fiducia e cooperazione.
L’ossitocina è conosciuta come “l’ormone dell’amore”, ma nelle aziende assume un significato ancora più potente: è l’ormone della connessione umana. Quando ci sentiamo accolti, rispettati e riconosciuti, il cervello rilascia ossitocina, che abbassa i livelli di paura e aumenta il desiderio di collaborare. In altre parole, è la benzina invisibile che alimenta la fiducia.
Un esempio reale: la riunione che cambiò un’azienda
Qualche anno fa fui chiamato da un’impresa manifatturiera del Nordest, bloccata da conflitti interni tra reparti. Il titolare mi disse: “Marino, qui non si fidano più l’uno dell’altro. Ogni giorno sembra una guerra silenziosa: ognuno pensa solo al suo tornaconto, nessuno al bene comune.”
Durante un incontro con il management, non parlai di numeri né di obiettivi. Raccontai invece una storia personale, di un errore che avevo commesso agli inizi della mia carriera, e di come un collega mi avesse teso la mano invece di giudicarmi. Quel gesto, ricordai loro, valeva più di mille manuali: mi aveva fatto sentire parte di qualcosa.
In quel momento, vidi gli sguardi cambiare. Qualcuno sorrise, altri abbassarono le spalle, come se si alleggerissero. Avevo creato uno spazio sicuro. Era scattata l’ossitocina: non si vede, ma la percepisci quando le difese si abbassano e le persone iniziano ad ascoltarsi davvero.
Pochi mesi dopo, quell’azienda mi raccontò che i reparti avevano ricominciato a parlarsi, che i conflitti si erano attenuati e che i risultati economici stavano tornando. Non avevamo cambiato procedure: avevamo cambiato emozioni.
Fiducia: il capitale invisibile
Le aziende spesso pensano che la fiducia sia un “lusso”, qualcosa di secondario rispetto ai processi o al fatturato. La realtà è l’opposto: la fiducia è il capitale invisibile che rende possibili tutti gli altri risultati.
Non servono discorsi motivazionali urlati né slogan stampati sui muri. Servono gesti concreti: un feedback sincero, un capo che ammette un errore, un collega che riconosce il valore dell’altro. Questi atti rilasciano ossitocina e alimentano la cultura della fiducia.
Paul Zak ha misurato questo fenomeno: le aziende con alti livelli di fiducia hanno dipendenti più produttivi del 50%, meno stressati del 74% e più soddisfatti della vita professionale. Numeri che nessun piano industriale può ignorare.
Il messaggio finale
Se dovessi riassumere trent’anni di esperienza in una sola frase, direi che la fiducia non si compra, si costruisce. E si costruisce con le emozioni giuste.
Ogni imprenditore dovrebbe chiedersi: “Sto creando un ambiente che genera ossitocina o cortisolo?”
Perché la differenza tra un’azienda che cresce e una che implode non sta solo nel mercato, ma nel cuore delle persone che la vivono ogni giorno.
E allora, non dimentichiamolo: la vera leadership non è comando, è connessione.





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