
C’è una frase che spesso spiazza i miei clienti quando la pronuncio durante una sessione di coaching: “La fedeltà non fa parte del mondo del lavoro.”
Silenzio. Occhi sbarrati. A volte persino un brivido.
Perché tocca corde profonde: l’ossitocina, l’ormone della fiducia e dell’attaccamento, ci spinge a desiderare legami stabili. Ma quando questo bisogno umano viene traslato in azienda, rischia di trasformarsi in illusione.
La realtà è diversa: nel lavoro non esiste la fedeltà incondizionata, esiste la convenienza, lo scambio, la motivazione. E questo non è cinismo, è biologia sociale.
La chimica dei legami professionali
- Ossitocina: spinge dipendenti e imprenditori a cercare sicurezza, riconoscimento, appartenenza. È quella sensazione che provi quando un collaboratore ti dice: “Mi sento parte della famiglia.”
- Dopamina: entra in gioco ogni volta che c’è un premio, una crescita, una sfida vinta. È il “bravo!” che attiva la spinta a fare di più.
- Cortisolo: quando un’azienda non mantiene le promesse, il livello di stress sale, la fiducia crolla e la fuga diventa questione di tempo.
- Testosterone: alimenta la voglia di affermazione, il bisogno di dimostrare il proprio valore, spesso fuori dai confini di un’unica azienda.
Paul Zak, neuroscienziato, ha studiato a lungo il ruolo dell’ossitocina nella fiducia e nei legami economici. Ha dimostrato che senza fiducia non ci sono transazioni durature. Ma la sua stessa ricerca conferma: la fiducia va alimentata continuamente, non è mai eterna.
Ecco perché parlare di fedeltà nel lavoro è un paradosso. Lo ha detto anche Richard Sennett, sociologo della London School of Economics, nel suo libro L’uomo flessibile: nell’epoca moderna la stabilità lavorativa è stata sostituita dalla capacità di adattarsi, cambiare, reinventarsi.
Caso reale
Nel 2019 seguii un’azienda del Nord-Est che aveva un problema enorme: turnover al 30%. Il titolare si lamentava: “Ho investito su di loro, e poi mi tradiscono, se ne vanno appena ricevono un’offerta migliore!”
Gli feci notare che non era tradimento, era logica. Non avevano un vero motivo per restare. L’azienda prometteva “siamo una famiglia”, ma nei fatti stipendi bassi, poca formazione, zero percorsi di crescita.
Durante un workshop, chiesi al gruppo: “Perché siete ancora qui?”
Il silenzio fu assordante. Poi una ragazza rispose: “Perché non ho trovato ancora altro.”
Ecco la prova: non c’era fedeltà, c’era solo mancanza di alternativa.
La svolta arrivò quando il titolare capì che non doveva chiedere fedeltà, ma offrire motivi concreti per scegliere di restare ogni giorno: formazione continua, bonus legati ai risultati, ascolto autentico.
Dopo un anno, il turnover era sceso al 12%. Non perché fosse nata la fedeltà, ma perché c’era convenienza reciproca.
La verità scomoda
Nessuno resta in azienda “per sempre”. Si resta finché c’è valore reciproco. È come in una relazione: l’ossitocina crea legame, ma se la dopamina non arriva più, se prevale il cortisolo, la persona se ne va.
Il filosofo Zygmunt Bauman parlava di modernità liquida: tutto è flessibile, tutto si scioglie se non trova una forma. Le aziende non possono più pretendere fedeltà, ma possono costruire un contesto dove valga la pena rimanere.
E allora, da coach con oltre trent’anni di esperienza, lo dico senza esitazione: non cercate la fedeltà dei vostri collaboratori, cercate la loro motivazione.
È l’unico antidoto alla fuga dei talenti.
👉 Vuoi sapere la frase che cambia il gioco?
Non chiedere mai: “Mi sei fedele?”
Chiedi piuttosto: “Ti sto dando motivi concreti per voler restare con noi?”





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