
Ci sono frasi che ti restano addosso per anni.
Una di queste, per me, è: “Fai ogni giorno una cosa che ti spaventa”.
È attribuita spesso a Eleanor Roosevelt, ma al di là di chi l’abbia detta per primo, mi ha sempre colpito perché riassume in poche parole quello che vedo, da oltre trent’anni, in aziende, imprenditori e team:
cresce davvero solo chi accetta di fare pace con la paura, non di eliminarla.
In questo articolo non voglio fare filosofia. Voglio raccontarti cosa significa, concretamente, trasformare la paura in una palestra quotidiana di coraggio. E perché questa semplice abitudine può cambiare il modo in cui lavori, guidi le persone e vivi la tua vita.
Perché la paura non è il nemico
In azienda sento spesso frasi come:
- “Appena passi la paura, tutto si sistema…”
- “Basta non pensarci…”
- “Se avessi meno paura, farei quel passo…”
La verità è un’altra: non esiste crescita senza una dose di paura.
La psicologia lo studia da decenni.
- Albert Bandura ha dimostrato quanto la nostra auto-efficacia – la fiducia nel saper affrontare una situazione – si costruisca facendo, non solo pensando.
- Gli studi sull’esposizione graduale (la base di molte terapie comportamentali) mostrano che, se ti esponi volontariamente a piccole dosi di ciò che ti spaventa, il cervello impara che “non muori”, e la paura smette di comandare.
- Carol Dweck, con la teoria del growth mindset, ci ricorda che chi considera le difficoltà come “palestra” e non come “giudizio finale” sviluppa più resilienza e risultati migliori nel tempo.
In parole semplici:
il coraggio non è l’assenza di paura, è il rapporto che impariamo ad avere con lei.
E “fare ogni giorno una cosa che ti spaventa” è un allenamento potentissimo per cambiare quel rapporto.
Un caso reale: l’imprenditore che temeva il suo stesso successo
Lo chiamerò Marco.
Imprenditore, 48 anni, azienda in crescita costante. Quando l’ho conosciuto, aveva due problemi:
- Una paura quasi paralizzante di parlare in pubblico (assemblee, eventi, riunioni importanti).
- Un terrore ancora più grande di deludere il suo team, i suoi soci, la sua famiglia.
Durante il nostro primo incontro mi disse:
“Marino, io preferirei farmi togliere un dente senza anestesia piuttosto che salire su un palco.”
Il paradosso?
La sua azienda aveva bisogno esattamente del contrario: di un leader visibile, capace di comunicare, di ispirare. Aveva invitato clienti, fornitori e collaboratori a un evento aziendale… e l’idea di fare il discorso di apertura gli toglieva il sonno.
Non potevamo “spegnere” la paura.
Allora abbiamo scelto un’altra strada: l’allenamento quotidiano al coraggio.
Il protocollo delle “piccole paure” quotidiane
Con Marco abbiamo creato un patto:
per 30 giorni, ogni giorno, avrebbe fatto una cosa che lo metteva a disagio, ma:
- non pericolosa,
- non distruttiva,
- alla sua portata (ma un po più in là della zona di comfort).
Ecco alcune delle sue “piccole sfide” quotidiane:
- Giorno 1: fare una telefonata che rimandava da mesi a un cliente scontento. Senza email, senza filtri. Voce, respiro, presenza.
- Giorno 3: dire “no” a una richiesta assurda di un fornitore, guardandolo negli occhi, con educazione ma fermezza.
- Giorno 7: chiedere feedback diretto al suo responsabile amministrativo: “Dimmi una cosa che non ti ho mai fatto sentire tranquillo a dirmi.”
- Giorno 12: intervenire attivamente in una riunione di associazione di categoria, ponendo una domanda davanti ad altri imprenditori (solo una domanda, niente discorso).
- Giorno 18: registrare un breve video di 90 secondi per il suo team, in cui spiegava un cambiamento importante in azienda. Il video era internal, niente social. Solo il suo sguardo, la sua voce, la sua vulnerabilità.
- Giorno 24: chiedere pubblicamente scusa a un collaboratore per un tono sbagliato usato in passato.
- Giorno 30: provare, solo con me e due persone di fiducia, il discorso che avrebbe tenuto all’evento aziendale.
Ogni “piccolo brivido” veniva poi analizzato insieme:
- Cosa hai provato prima?
- Cosa è davvero successo?
- Cosa hai imparato di te?
- Cosa ti porti a casa per la prossima volta?
Cosa è cambiato (davvero) in 30 giorni
Non è diventato all’improvviso Superman.
La magia non funziona così.
Il giorno dell’evento aziendale, Marco tremava ancora. Mani sudate, respiro corto, cuore a mille.
La differenza? Questa volta sapeva di poter reggere il brivido.
Mi disse:
“Ho ancora paura, ma non mi governa più. So cosa succede quando entro nella paura: resto in piedi.”
Quel giorno ha fatto un discorso semplice, vero, imperfetto.
Ha sbagliato una frase, ne ha saltata un’altra.
Eppure, alla fine, i suoi collaboratori sono andati da lui a dirgli:
“Finalmente ti abbiamo visto davvero.”
“Era ora che ci mettessi la faccia così.”
Autostima non significa sentirsi invincibili.
Significa fidarti di te stesso anche quando hai paura.
Questo è ciò che sostengono molti studi sulla self-efficacy di Bandura: ogni volta che affronti una situazione temuta e “sopravvivi”, il tuo cervello archivia una nuova informazione: “Posso farcela. Non è bello, ma posso farcela.”
E con il tempo questo cambia il modo in cui ti percepisci.
Cosa dice il cervello quando ti alleni alla paura
Dal punto di vista del cervello, succede questo:
- La tua amigdala (la sentinella delle minacce) suona l’allarme appena percepisce una situazione “pericolosa” – spesso non lo è, è solo nuova.
- Se scappi, il cervello registra: “Ho fatto bene a scappare, era pericoloso.” E la prossima volta alzerà ancora di più il volume dell’allarme.
- Se invece resti, respiri, attraversi il momento difficile e scopri che non c’è stato un disastro, il cervello aggiorna il file: “Ok, era scomodo, ma non mortale. Posso gestirlo.”
La ricerca neuroscientifica chiama questo processo neuroplasticità: il cervello si modifica, fisicamente, in base alle esperienze.
E fare ogni giorno una cosa che ti spaventa è, di fatto, un allenamento strutturato di neuroplasticità emotiva.
Attenzione: non tutte le paure sono uguali
Qui ci tengo a fare una precisazione importante.
Quando dico “fai ogni giorno una cosa che ti spaventa”, non sto dicendo:
- buttati nel vuoto senza paracadute,
- prendi decisioni azzardate sulla tua azienda,
- ignora i segnali del tuo corpo e del tuo istinto.
Parlo di:
- chiamare quella persona che continui a evitare,
- fare quella conversazione scomoda con un collaboratore,
- dire “no” dove hai sempre detto “sì” per paura di dispiacere,
- chiedere un feedback che può farti male all’ego, ma bene alla crescita.
E, se le tue paure sono legate a traumi profondi, attacchi di panico, fobie invalidanti,
lì lo dico con estrema chiarezza: serve un professionista, non un articolo motivazionale.
Come iniziare: il mio esercizio dei 7 giorni
Se vuoi trasformare questa frase in pratica, ti propongo un esercizio semplice che uso spesso nei percorsi di coaching.
- Prendi un foglio e scrivi una lista di 10 situazioni che ti mettono a disagio nel tuo lavoro o nella tua vita.
Non cose estreme, ma cose che tendi a rimandare. - Ordinale dalla meno spaventosa alla più spaventosa.
- Per i prossimi 7 giorni, ogni giorno:
- scegli una piccola azione dalla parte bassa della lista;
- falla;
- scrivi tre righe su come ti sentivi prima, durante e dopo.
- Alla fine dei 7 giorni, rileggi tutto.
Vedrai un filo conduttore: non sei “diventato coraggioso”, ma hai smesso di essere totalmente in balìa delle tue paure.
Se vuoi, poi puoi trasformare i 7 giorni in 30.
E lì succede qualcosa: non è più “un esercizio”, diventa uno stile di vita.
Perché questa pratica cambia anche il tuo modo di guidare gli altri
Un leader che non affronta le proprie paure, fa due cose:
- chiede agli altri di fare ciò che lui non fa;
- costruisce un’azienda piena di non detti, silenzi e conflitti sotterranei.
Un leader che, invece, si allena ogni giorno a fare qualcosa che lo spaventa:
- dà l’esempio, non solo istruzioni;
- abbassa la cultura della perfezione e alza quella del coraggio;
- rende normale parlare di difficoltà, non solo di risultati.
Nel tempo, il clima in azienda cambia.
Non perché è “tutto più facile”, ma perché diventa normale dire:
“Mi spaventa, ma ci provo.”
“Non l’ho mai fatto, ma mi alleno a farlo.”
Il mio invito per te
Dopo più di trent’anni passati tra uffici, cantieri, capannoni e sale riunioni, ho imparato questo:
La vera differenza tra chi resta fermo e chi cresce
non è il talento.
È la disponibilità a fare, ogni giorno, un piccolo passo dentro la propria paura.
Non serve stravolgere la vita.
Serve iniziare da un gesto.
Oggi potrebbe essere una telefonata.
Domani, chiedere un feedback.
Dopodomani, dire un “no” chiaro dove hai sempre fatto finta di niente.
E allora sì, te lo rilancio così, con un titolo diverso ma lo stesso cuore:
Un piccolo brivido al giorno.
Per allenare il coraggio, nutrire l’autostima
e smettere di lasciare che sia la paura a decidere chi sei.





Lascia un commento