
C’è una frase che ripeto spesso ai miei clienti, soprattutto a quelli che si prendono troppo sul serio:
“Rilassati, non dipende tutto da te.”
Lo dico con fermezza, ma anche con un sorriso. Perché so cosa significa portarsi il mondo sulle spalle. L’ho fatto anch’io, anni fa. So cosa vuol dire sentirsi l’unico responsabile, come se l’azienda, i collaboratori, i clienti e persino il futuro dell’intera economia dipendessero dalle tue decisioni. Ma questa è una trappola. Una trappola subdola, mascherata da senso del dovere.
L’illusione del controllo totale
Spesso chi guida un’impresa, un team o un progetto cade nella trappola del controllo totale. Vuole decidere tutto, vedere tutto, approvare tutto. E quando qualcosa va storto – perché qualcosa andrà sempre storto – si sente in colpa.
“Avrei dovuto pensarci prima”,
“Non dovevo fidarmi”,
“Ho sbagliato io.”
Questo modo di pensare non solo è tossico, è anche falso. Nessun imprenditore, per quanto brillante, può controllare tutto. E soprattutto: non serve.
Il paradosso è che più provi a controllare tutto, meno ti fidi delle persone intorno a te. E meno ti fidi, più ti affatichi, più ti consumi, più ti isoli. Fino a diventare il collo di bottiglia della tua stessa azienda.
L’esempio di Giovanni: l’imprenditore che non si concedeva tregua
Qualche anno fa ho lavorato con Giovanni, titolare di un’azienda meccanica di medie dimensioni. Un uomo brillante, appassionato, uno di quelli che ha costruito tutto da zero. Ma anche uno di quelli che non riusciva a delegare davvero.
“Se non ci sono io, le cose non funzionano”, mi disse la prima volta che ci siamo incontrati.
Quando gli chiesi come stava, rispose: “Sempre di corsa. Ma non posso fermarmi. Non posso mollare adesso.”
Giovanni era esausto. Lavorava dodici ore al giorno, sei giorni su sette. Controllava ogni preventivo, approvava ogni acquisto, supervisionava anche le assunzioni. Era circondato da persone capaci, ma non le lasciava esprimere. E non perché non si fidasse davvero di loro, ma perché non si fidava abbastanza della possibilità che le cose potessero andare bene anche senza il suo controllo diretto.
Iniziammo a lavorare insieme partendo da una domanda semplice:
“Cosa succederebbe se per una settimana sparissi dall’azienda?”
Giovanni mi guardò come se gli avessi chiesto di buttarsi giù da un ponte.
“Un disastro”, disse.
“Perfetto”, risposi io. “Facciamolo.”
Naturalmente non sparì davvero. Ma per una settimana simulammo la sua assenza. Tutto doveva passare dai suoi collaboratori. E lui doveva solo osservare.
I primi giorni furono un inferno per lui. Ma poi, piano piano, qualcosa cambiò. I suoi responsabili iniziarono a prendere decisioni. A sbagliare, certo, ma anche a risolvere. A trovare soluzioni che lui non avrebbe mai considerato.
Alla fine della settimana, Giovanni mi disse:
“Mi hai fregato. Funziona.”
E sorrise.
Da lì in poi, abbiamo lavorato sulla fiducia, sulla leadership delegata, sull’organizzazione. Oggi Giovanni lavora meno, vive meglio, e la sua azienda è cresciuta del 35% in due anni. Non perché lui ha mollato. Ma perché ha capito che non tutto dipende da lui.
Il vero leader non è indispensabile. È moltiplicabile.
Essere un leader non significa essere sempre presente, sempre pronto, sempre sul pezzo. Significa costruire un sistema che funziona anche senza di te. Significa allenare le persone a pensare, scegliere, sbagliare e crescere.
Significa, soprattutto, imparare a fidarti.
Fidati delle persone. Fidati dei processi che hai costruito. Fidati anche del fatto che, a volte, un errore può essere una grande opportunità di apprendimento.
Rilassati. Respira.
Non dipende tutto da te.
E questa, credimi, è una splendida notizia.





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