Il primo passo verso la leadership autentica

“La conoscenza di sé è l’inizio della saggezza.”
— Aristotele
Hai mai provato a guardarti allo specchio senza filtri?
Non mi riferisco al volto stanco del lunedì mattina, ma a quello sguardo profondo, autentico, che ti fa vedere davvero chi sei. Con le tue forze. E sì, anche con le tue debolezze. Perché è proprio lì, dove fa un po’ male, che inizia il cambiamento.
Dopo oltre 30 anni di lavoro a fianco di imprenditori, manager, professionisti e team interi, posso dirti una cosa con certezza: le persone di successo non sono quelle che non hanno punti deboli. Sono quelle che li sanno riconoscere senza giudicarsi.
E soprattutto, senza vergognarsene.
Il peso del giudizio
Viviamo in una cultura che ci ha insegnato a nascondere le debolezze. Fin da piccoli ci viene detto: non piangere, non mostrare paura, non sbagliare, sii forte. Così, impariamo a mettere sotto il tappeto ogni imperfezione. Ma il problema è che ciò che non affronti, ti comanda.
Lo ha spiegato bene Carl Rogers, fondatore dell’approccio umanistico nella psicologia:
“Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare.”
È controintuitivo, vero? Siamo abituati a pensare che solo chi si impone e si corregge cambi davvero. Ma non è così. È quando ti guardi dentro senza puntarti il dito addosso che puoi cominciare a trasformarti.
Il caso di Marco: da difetto a risorsa
Marco è un imprenditore brillante. Intelligente, veloce, intuitivo. Ma nei primi incontri con lui notavo qualcosa: appena riceveva un feedback o veniva contraddetto, si irrigidiva, diventava sarcastico, chiudeva la comunicazione.
Quando glielo feci notare, rispose secco:
“Sì, lo so. È un mio difetto. Ma non ci posso fare niente, sono fatto così.”
No. Non sei fatto così. Ti sei allenato a reagire così.
Iniziammo un percorso di coaching incentrato non sul “correggere il difetto”, ma sul comprenderlo con curiosità. Dietro quella chiusura c’era la paura di non essere all’altezza. Non un mostro da combattere, ma una parte vulnerabile da accogliere. E da lì iniziammo.
Quando Marco ha smesso di giudicarsi per quella sua reattività e ha iniziato a osservarla con lucidità, qualcosa è cambiato. Ha imparato a riconoscere quel segnale prima che diventasse esplosione. Oggi è capace di fermarsi, di chiedere un minuto, di riaprire il confronto. E il suo team – lo dice lui per primo – non è mai stato così coinvolto.
La scienza lo conferma
Anche le neuroscienze ci vengono in aiuto. Secondo gli studi della Dottoressa Kristin Neff, pioniera nella ricerca sull’autocompassione, il giudizio negativo verso se stessi attiva nel cervello le stesse aree coinvolte nella percezione del pericolo. Come se fossimo inseguiti da una tigre.
Il problema? Quando siamo in modalità “minaccia”, non impariamo. Non ascoltiamo. Non cresciamo.
L’autocompassione – cioè riconoscere i propri limiti con gentilezza e senza autocolpevolizzarsi – non è debolezza. È un muscolo mentale potentissimo, che migliora la resilienza, l’apprendimento e la leadership.
Il potere della semplicità
Nel mio lavoro di business coach ho imparato che le cose semplici funzionano. E riconoscere una debolezza, senza attaccarla, è una delle chiavi più semplici – e potenti – per sbloccare il potenziale umano e aziendale.
Non si tratta di “accettarsi così come si è” in modo passivo, ma di partire da lì, con onestà. Senza frustrazione. Con uno sguardo nuovo.
Una domanda per te
Cosa succederebbe se oggi riconoscessi una tua debolezza con la stessa cura con cui guardi un bambino che inciampa ma si rialza?
Cosa cambierebbe se la smettessi di giudicarti… e iniziassi a sostenerti?
Conclusione: Le tue debolezze non ti definiscono. Ti svelano.
Nel mondo del business, della leadership, dei progetti e delle relazioni, c’è spazio per un nuovo modo di essere forti: essere sinceri con se stessi, senza più dover dimostrare nulla.
Perché chi non ha paura delle proprie ombre…
… è già nella luce.





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