
“Ciò che ci spaventa non è mai il pericolo in sé, ma il significato che gli abbiamo cucito addosso.”
Dopo più di trent’anni passati ad ascoltare imprenditori, manager, professionisti e persone comuni, una cosa l’ho imparata: la mente non è mai “rotta”. Neanche quando ci fa tremare le gambe, sudare freddo o ci immobilizza davanti a qualcosa che, razionalmente, non dovrebbe farci alcuna paura. Le fobie non sono errori. Non sono malfunzionamenti. Sono processi neurologici perfettamente strutturati che il cervello esegue con la stessa precisione con cui batte il cuore o ci fa camminare senza pensare.
Sì, hai capito bene: una fobia è un capolavoro ingegneristico del sistema nervoso.
Il cervello non sbaglia. Risponde a una storia. La nostra.
Ti racconto la storia di Marco
Marco è un imprenditore di successo. Azienda solida, team motivato, una mente brillante che però, ogni volta che doveva salire su un aereo, si paralizzava. Non era semplice ansia. Era panico puro. Un terrore che lo portava a evitare viaggi strategici, con la scusa di “delegare”. Mi chiamò un giorno con una frase che ricordo ancora:
“Se continuo così, mi perdo tutto quello che ho costruito.”
Durante il nostro percorso emerse un dettaglio che apparentemente non aveva nulla a che fare con gli aerei: un ricordo d’infanzia. Una notte in cui, da bambino, rimase chiuso nell’ascensore del condominio. Il buio, la mancanza di controllo, l’aria che sembrava finire. Il suo cervello, da quel momento, aveva creato un’associazione perfetta: spazi chiusi + mancanza di controllo = pericolo.
L’aereo era solo il palcoscenico. Lo script era stato scritto anni prima. E la mente, ogni volta, lo recitava alla perfezione.
Il paradosso del cervello: è nostro alleato anche quando ci sabota
La mente non crea fobie per punirci. Le crea per proteggerci. Quando il cervello impara — spesso in modo traumatico — che una situazione è pericolosa, genera una risposta difensiva automatica, velocissima, e spesso più intensa di quanto ci serva. Il problema non è l’attivazione della paura. Il problema è l’etichetta sbagliata che le appiccichiamo sopra: debolezza, anomalia, “sono rotto”.
No. Sei perfettamente funzionante. Solo che hai un programma da aggiornare.
La chiave non è combattere la fobia, ma dialogare con il processo
Con Marco non abbiamo “tolto” la paura. Abbiamo fatto qualcosa di più profondo: abbiamo riletto la storia. Abbiamo lavorato sul significato che il suo cervello dava a quella sensazione, cambiandone la narrativa. In poco tempo, non solo è tornato a volare, ma ha iniziato a usare ogni viaggio come un esercizio di presenza.
Oggi mi manda una foto ogni volta che decolla, con la scritta:
“Vedi che la mente ci prova a proteggerti, ma con un buon coaching le insegni a farlo meglio.”
Se ti spaventa, ascoltalo
Se hai una fobia, smetti di chiederti “perché sono fatto così” e inizia a chiederti “cosa sta cercando di proteggermi da?”
Le emozioni non mentono. Solo che parlano un linguaggio che spesso non ci insegnano a tradurre.
Nel mio lavoro, ogni giorno, aiuto persone a riformulare questi linguaggi interiori. Perché il problema non è il processo. Il problema è non saperlo riconoscere. Non si tratta di correggere un errore, ma di aggiornare un codice che, fino a ieri, aveva fatto esattamente quello per cui era stato programmato.
Conclusione: la mente non va “aggiustata”. Va capita.
Viviamo in un tempo che confonde la prestazione con la perfezione. Ma la vera forza, quella che cambia la vita, è nel capire come funzioniamo, non nel giudicarci. Le fobie non sono il nemico. Sono un messaggio in bottiglia. Quando impari a leggerlo, non solo superi la paura: diventi libero.
E la libertà interiore, quella vera, è il primo vero successo di ogni percorso di crescita personale.
Se questo articolo ti ha fatto pensare a qualcosa di tuo, o vuoi condividere una storia simile, scrivimi.
Nel frattempo, ricorda: non sei difettoso. Sei incredibilmente preciso.





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