
Ci sono persone che, quando entrano in una stanza, cambiano l’aria. Non con la voce, non con la forza, ma con la qualità della presenza. Hanno qualcosa che va oltre la leadership classica. Non ti dicono cosa fare, non ti guidano con l’autorità. Ti fanno venire voglia di diventare la versione migliore di te stesso.
Questo è ciò che chiamo leadership generativa.
Non è un modello, né una tecnica. È un modo di essere prima ancora che di fare. È la capacità di un leader di creare contesti – mentali, relazionali, organizzativi – nei quali le persone si trasformano, si attivano, si sviluppano. Crescono. E, nel farlo, fanno crescere anche l’azienda.
Oltre la leadership direttiva: la nuova frontiera
Per decenni abbiamo confuso la leadership con il comando. Poi con il carisma. Poi con l’empatia. Tutte tappe evolutive necessarie, certo. Ma oggi serve qualcosa di più profondo. Di più sistemico.
Chi ha studiato seriamente il tema ha compreso che il contesto è il vero motore della crescita umana. Otto Scharmer del MIT, con la sua Theory U, ci spiega che i leader del futuro non sono quelli che impongono una visione, ma quelli che sanno ascoltare il futuro che vuole emergere. Che sanno mettersi da parte per far spazio all’intelligenza collettiva. Anche Frederic Laloux, nel suo libro Reinventing Organizations, ci mostra come le aziende più evolute non si basano più su controllo e obiettivi, ma su auto-organizzazione, senso e crescita interiore.
L’esempio reale: Marta e la rinascita di un’officina meccanica
Qualche anno fa venni chiamato da un’azienda del Nordest. Un’officina meccanica con 22 dipendenti, in crisi nera. Fatturato in calo, turnover alle stelle, conflitti silenziosi. L’amministratore delegato, Gianni, era un tecnico brillante, ma gestiva con rigore e poca umanità. Poi, nel 2020, passò il testimone a sua figlia Marta.
Marta non era un’ingegnera. Non sapeva tutto di presse e torni. Ma aveva una visione: creare un posto dove le persone tornassero a voler fare il proprio lavoro. Fece cose semplici, ma rivoluzionarie:
- Creò momenti settimanali di ascolto e condivisione.
- Ridisegnò i ruoli su misura delle attitudini, non solo delle competenze.
- Introdusse mentoring tra i senior e i nuovi arrivati.
- Disse apertamente ai suoi: “Non so tutto, ma so che possiamo diventare grandi insieme”.
Risultato? In 18 mesi, il fatturato tornò a salire, ma soprattutto… nessuno voleva più andare via. L’ambiente era cambiato. C’era energia. Appartenenza. Crescita. Aveva creato un contesto generativo. E l’organizzazione l’aveva seguita, come un campo fertile segue il sole.
Cosa fa davvero un leader generativo
Un leader generativo non dà risposte, crea domande. Non controlla, ispira. Non plasma, ma fa emergere. Sa che ogni persona ha in sé un potenziale, e il suo compito è mettere il sistema nelle condizioni di farlo fiorire.
Usa strumenti come:
- L’ascolto profondo (Scharmer lo chiama “presencing”)
- La narrazione generativa (che cambia l’identità delle persone)
- Il feedback evolutivo, non punitivo
- L’arte del silenzio, quando serve far spazio
Il segreto? Lavorare sul proprio ego
La parte più difficile? Il lavoro su sé stessi. Perché la leadership generativa richiede un ego maturo, che non ha bisogno di riconoscimenti per sentirsi importante. Come diceva Robert Kegan, psicologo dello sviluppo: “Il vero leader è colui che sa trasformare se stesso prima ancora di voler trasformare gli altri”.
Perché oggi serve più che mai
Viviamo in tempi incerti. I modelli gerarchici non funzionano più. Le persone non cercano solo uno stipendio, ma significato, crescita, dignità.
Una volta si diceva: “Assumi i migliori e lasciali lavorare”. Oggi direi: “Crea il contesto giusto e i migliori verranno da soli… e diventeranno migliori ogni giorno”.
E tu?
Se sei un imprenditore, un manager, un professionista, chiediti:
Che tipo di contesto creo ogni giorno intorno a me?
Fai crescere persone o solo numeri?
Se domani ti togliessero dal tuo ruolo… l’azienda continuerebbe a generare valore umano?
La leadership generativa non è per tutti. Ma è per chi ha il coraggio di passare dal controllo alla fiducia, dal fare al far crescere.
E la differenza si sente. Si vede. Si vive.
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Perché un’azienda può essere un luogo di produzione. Ma può anche essere – e sempre più deve diventarlo – un luogo di evoluzione.
Marino Avanzo
Business Coach, 30 anni in ascolto del potenziale umano





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