
Quando il “gioco di squadra” si costruisce meglio davanti a una pizza che in un agriturismo con il fieno.
C’è un momento preciso in cui ogni imprenditore, prima o poi, pronuncia una frase che mi fa sorridere:
“Marino, pensavo di organizzare un team building per motivare il personale.”
E ogni volta, dentro di me, so già come andrà.
Si noleggerà un agriturismo.
Si porteranno i collaboratori a fare rafting o costruire ponti con gli spaghetti.
Si scatteranno foto di gruppo con sorrisi forzati, poi tutto tornerà come prima.
Anzi, peggio: con qualcuno che penserà “che perdita di tempo”.
Il problema non è il team building. È perché lo fai.
Le aziende oggi cercano soluzioni rapide per problemi profondi. Vogliono migliorare la comunicazione, ma non affrontano i conflitti. Vogliono creare squadra, ma premiano solo i singoli. Vogliono fiducia, ma vivono di controllo.
Così il “team building” diventa una toppa colorata su una crepa strutturale.
Un’illusione collettiva: “Facciamo qualcosa insieme e tutto si sistemerà.”
Ma il vero lavoro di squadra nasce ogni giorno tra le righe di una mail, nel modo in cui rispondi a un collega, nella capacità di dirsi le cose vere, anche quando fanno male.
Come scrive Patrick Lencioni, autore de Le 5 disfunzioni di un team, la base di ogni squadra efficace non è la simpatia, ma la fiducia. E la fiducia nasce solo da una cosa: la vulnerabilità.
Non la costruisci con una corsa nei boschi, ma quando ammetti di aver sbagliato una decisione in riunione.
Una pizza vale più di un weekend motivazionale
Ricordo un’azienda di Udine, una quarantina di dipendenti, dove il titolare voleva “fare squadra”.
Mi disse: “Voglio portarli due giorni in montagna a fare orienteering e giochi di gruppo.”
Gli chiesi: “Perché?”
Lui rispose: “Per farli andare più d’accordo.”
Allora gli proposi una cosa diversa.
Niente montagne, niente trainer esterni, niente loghi sulle magliette.
Solo una pizza tutti insieme, ma con una regola precisa: sedersi accanto a una persona con cui non si parla quasi mai in azienda.
Quella sera non c’era un facilitatore, non c’era un obiettivo formale.
Solo conversazioni vere, risate, battute spontanee.
Il giorno dopo, in azienda, l’atmosfera era diversa.
Le persone si salutavano con più leggerezza. Qualcuno aveva scoperto che il collega “antipatico” era solo timido.
A distanza di mesi, il titolare mi disse:
“Non so cosa sia successo, ma ora si aiutano di più tra reparti.”
E io pensai: è successo che si sono ricordati di essere persone.
Cosa dice la scienza
Secondo uno studio di Harvard Business Review (Barsade & O’Neill, 2016), le aziende con una “cultura della connessione umana” registrano maggiore produttività e minore turnover.
Non servono attività spettacolari, serve ossitocina — l’ormone della fiducia — che si libera quando condividiamo momenti autentici, non quando recitiamo un copione aziendale.
L’ossitocina non si stimola con un “esercizio di fiducia bendato”.
Si stimola con una risata sincera, un gesto di ascolto, una pizza condivisa dopo una giornata intensa.
Il vero Team Building non si organizza: si vive
Dopo più di trent’anni a fianco di imprenditori e manager, ho imparato che il team building efficace non è un evento, ma una cultura.
Non lo crei con un weekend, ma con coerenza, chiarezza degli obiettivi e gesti quotidiani di leadership autentica.
Perché una squadra non nasce da un gioco.
Nasce da un leader che sa guardare le persone e dire:
“So che valete. E voglio che lavoriamo bene, insieme.”
E poi magari li porta a mangiare una pizza, senza ruoli, senza maschere.
Perché a volte, la miglior formazione aziendale è semplicemente quella che profuma di mozzarella.
Conclusione
Il vero team building non è un “fuori ufficio”, è un “dentro la relazione”.
È imparare a costruire fiducia, chiarezza e rispetto reciproco ogni singolo giorno.
E se proprio vuoi organizzare qualcosa…
che sia una pizza.
Ma con un obiettivo chiaro: ricordarsi che siamo umani, prima che colleghi.





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