
Ci sono persone che entrano in ufficio e, senza nemmeno volerlo, cambiano la pressione dell’aria.
Una mail non è una mail: è “un segnale gravissimo”.
Un ritardo non è un ritardo: è “la prova che qui non funziona niente”.
Un cliente che chiede uno sconto non sta negoziando: “ci sta ricattando”.
E la cosa più pericolosa è che, quando il dramma prende il comando, sembra perfino intelligente: ti dà l’illusione di stare vedendo più lontano degli altri. In realtà stai solo guardando il mondo da un oblò appannato.
In oltre trent’anni di coaching aziendale ho imparato una regola semplice:
il dramma non nasce dai fatti. Nasce dal significato che ci appiccichiamo sopra.
Che cos’è “quello che fa di qualsiasi cosa un dramma”
Lo chiamano in tanti modi. In psicologia cognitiva è vicino a una distorsione ben conosciuta: la catastrofizzazione. Aaron T. Beck (padre della Terapia Cognitiva) e Albert Ellis (fondatore della REBT) hanno studiato a fondo il meccanismo: tra evento e reazione si infilano pensieri automatici e convinzioni rigide (“se succede questo è la fine”, “non deve accadere”, “non lo sopporterei”).
A livello pratico, “il drammatizzatore” fa tre cose, sempre uguali:
- Ingrandisce (da problema a tragedia).
- Generalizza (da episodio a identità: “siamo fatti così”, “sono incapaci”).
- Personalizza (tutto è contro di me, tutto è un attacco).
E mentre la testa costruisce film, il corpo obbedisce: attivazione, tensione, irritabilità. La neuroscienza lo spiega bene: quando l’allarme emotivo sale (amigdala, stress), il cervello esecutivo ragiona peggio. È il momento in cui si decide male… e si chiama “urgenza”.
Un esempio vero (cambiati nomi e dettagli, ma la musica è quella)
Anni fa seguivo un’azienda di servizi. Brava gente, competenze solide, numeri non male. Il problema? Il titolare aveva un talento: trasformare la normalità in emergenza.
Un giorno un cliente storico scrive: “Ragazzi, c’è un errore in fattura. Sistemiamo?”.
Una cosa da dieci minuti.
Il titolare convoca tutti: amministrazione, commerciale, perfino un tecnico che non c’entrava nulla. Viso teso. Voce alta.
“Questa è la fine. Se sbagliamo una fattura, chissà cos’altro sbagliamo. Qui nessuno controlla niente. Mi state facendo perdere credibilità.”
In mezz’ora aveva ottenuto tre risultati certi:
- il problema si era allargato (da fattura a reputazione a identità aziendale);
- le persone si erano chiuse (paura di essere colpite);
- il cliente, che fino a dieci minuti prima era tranquillo, è diventato “sensibile” perché sentiva tensione anche dall’altra parte.
Gli ho chiesto una cosa, in privato, senza moralismi:
“Se questa situazione fosse una barca: stai governando o stai urlando al mare?”
Silenzio.
Poi abbiamo fatto un lavoro chirurgico: non sul cliente, non sulla fattura. Sul film.
Il punto chiave: il dramma è una strategia (non un destino)
Molti drammatizzano per un motivo comprensibile: cercano controllo.
Se trasformo tutto in emergenza, tengo tutti “sul pezzo”. Peccato che il prezzo sia altissimo: clima, lucidità, turnover, errori veri.
Qui entra un concetto utilissimo: il Triangolo Drammatico di Karpman (1968). Quando il dramma domina, le persone oscillano in tre ruoli:
- Vittima (“non ce la faccio, è troppo”)
- Persecutore (“è colpa tua, sempre”)
- Salvatore (“ci penso io, fatevi da parte”)
E l’azienda diventa un teatro. Non un’organizzazione.
Come si disinnesca: 5 strumenti concreti (da usare subito)
Qui non serve filosofia. Serve metodo.
1) Separare fatti da storie
Scrivi due colonne:
- FATTI: osservabili, misurabili, datati.
- STORIE: interpretazioni, intenzioni attribuite, paure.
Esempio:
Fatto: “c’è un errore in fattura”.
Storia: “siamo inaffidabili, perderemo il cliente”.
Già così il cervello torna a respirare.
2) La domanda che spegne l’incendio
“Qual è la prossima azione utile, piccola, verificabile?”
Non “perché è successo”, non “chi è stato”. Azione utile. Una sola.
3) La regola delle 24 ore (quando senti l’urgenza)
Se senti il bisogno di reagire subito, spesso è perché stai reagendo male.
Aspetta 24 ore per mail delicate, rimproveri, scelte drastiche. Nel frattempo raccogli dati.
4) Il “termometro delle conseguenze”
Chiediti:
- Tra una settimana, quanto conterà?
- Tra tre mesi?
- Tra un anno?
Se la risposta è “quasi niente”, hai appena smascherato il dramma.
5) Linguaggio: togli le parole che gonfiano
Basta eliminare questi acceleranti:
- “sempre / mai”
- “disastro”
- “vergogna”
- “è la fine”
- “inaccettabile”
Sostituisci con:
- “oggi / in questo caso”
- “errore / deviazione”
- “da correggere”
- “priorità”
- “standard”
Le parole sono leve: o alzano il panico o alzano la qualità.
La verità nuda: il dramma non è forza, è dispersione
La leadership non è quella che alza la voce quando trema.
È quella che abbassa il rumore e alza il livello.
Quando smetti di fare drammi, non diventi “freddo”.
Diventi affidabile. E la tua squadra, finalmente, può lavorare con la testa accesa invece che con lo stomaco chiuso.





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