
C’è un tipo di persona che riconosco al volo, anche senza che parli troppo. Entra in sala riunioni con lo sguardo acceso, la voglia di “fare” e l’impazienza di chi sente che il tempo gli sta scappando dalle mani. È brillante, spesso anche simpatico. Ma ha un vizio: cerca sempre una scorciatoia.
Non la scorciatoia intelligente, quella che nasce dall’esperienza e dalla semplificazione vera. No. Parlo della scorciatoia “furba”: quella che evita il lavoro scomodo, la conversazione difficile, il processo che richiede disciplina. È la scorciatoia del “dai, troviamo un trucco”.
E sai qual è il punto?
All’inizio funziona anche. E proprio per questo diventa una dipendenza.
La scena che ho visto mille volte
Una volta, anni fa, mi chiamò un imprenditore (lo chiamerò Luca, nome di fantasia). Azienda sana, 25 persone, lavoro artigianale fatto bene, clienti fedeli. Ma negli ultimi mesi: margini in calo, ritardi, nervi tesi.
Arrivo. Caffè veloce. Due minuti di convenevoli e poi lui spara:
“Marino, mi serve una cosa concreta. Una soluzione. Un metodo. Dammi tre mosse e in un mese torniamo a posto.”
Io lo guardo e gli chiedo una cosa semplice:
“Qual è il problema vero?”
Luca sospira, poi parte con la lista: vendite, produzione, un responsabile “che non regge”, i ragazzi “che non hanno voglia”, un fornitore che “ci massacra”, la banca che “rompe”.
Lo lascio parlare. Quando finisce, gli dico:
“Ok. Adesso facciamo una cosa diversa: niente mosse. Prima capiamo dove si perde energia.”
E lì lo vedo: quella micro-espressione che conosco bene. È il volto di chi pensa: “Ecco, il solito coach che mi fa perdere tempo.”
Perché chi vive di scorciatoie non odia la fatica.
Odia l’attesa. Odia il processo. Odia la parte in cui devi guardarti allo specchio e dire: “Questa cosa l’ho permessa io.”
Perché la scorciatoia è così seducente (e così pericolosa)
Questa dinamica non è solo carattere. È umana. È cervello.
Gli psicologi hanno studiato a lungo la nostra tendenza a preferire il guadagno immediato rispetto a quello futuro: si chiama sconto temporale (temporal discounting). In pratica: il nostro sistema di ricompensa ama il “subito”, perché il “subito” dà dopamina, dà sollievo, dà l’illusione di controllo.
E Daniel Kahneman (premio Nobel) lo ha spiegato bene: il nostro cervello usa spesso il Sistema 1 (rapido, automatico) per risparmiare energia, evitando il Sistema 2 (lento, faticoso, razionale). Tradotto in azienda: meglio una scorciatoia che una strategia.
Ecco perché certe organizzazioni si riempiono di “soluzioni veloci” e restano uguali per anni.
Le scorciatoie, quasi sempre, hanno la stessa firma:
- saltano la diagnosi
- saltano la responsabilità
- saltano la ripetizione
- saltano la misura
E poi si sorprendono se il problema torna. Torna sempre. Più grosso.
Il caso di Luca: la scorciatoia che stava uccidendo l’azienda
Quando iniziammo a guardare i numeri e i comportamenti, emerse una verità molto concreta: in quell’azienda non mancava il lavoro. Mancava la tenuta del processo.
La scorciatoia di Luca era questa:
- ogni volta che c’era un collo di bottiglia, interveniva lui
- ogni volta che un responsabile doveva decidere, decideva lui
- ogni volta che c’era un conflitto, lo copriva con una battuta
- ogni volta che serviva un metodo, inventava una toppa
Risultato?
L’azienda sembrava efficiente perché “Luca risolve”. Ma in realtà aveva creato un’organizzazione dipendente da lui. Una barca che corre… finché il timoniere non dorme.
Gli dissi una frase che all’inizio gli diede fastidio (e se una cosa non dà fastidio, spesso non cambia niente):
“La tua scorciatoia preferita si chiama: ‘ci penso io’. Ed è la più costosa.”
La svolta: quando smetti di cercare scorciatoie e inizi a costruire leve
Invece delle “tre mosse”, impostammo tre regole. Semplici. Ma non facili.
1) La regola del “prima il processo”
Ogni problema ricorrente doveva produrre una domanda:
“Quale passaggio del processo non esiste o non viene rispettato?”
Non “chi ha sbagliato”. Prima il sistema, poi le persone.
2) La regola del “misura una cosa sola”
Scelsi con lui un indicatore guida, non dieci. Per esempio:
- tempi di attraversamento commessa
oppure - ritardi consegna
oppure - ore di rilavorazione
Una sola metrica, chiara, visibile. Perché l’azienda non cambia con le opinioni: cambia con ciò che si misura e si ripete.
3) La regola del “fastidio programmato”
Ogni settimana, una conversazione che Luca rimandava da mesi.
Non per fare il duro. Per fare l’adulto.
Perché la scorciatoia vive di rinvii: “poi ne parliamo”, “adesso non è il momento”, “non voglio creare tensioni”. E intanto la tensione cresce sottoterra, fino a spaccarti il pavimento.
Cosa è successo (davvero) dopo
Dopo quattro settimane, Luca mi disse:
“Non abbiamo ancora risolto tutto. Ma per la prima volta mi sento leggero.”
E questa è una frase enorme, in azienda.
Perché la leggerezza non arriva quando “va tutto bene”.
Arriva quando smetti di tappare buchi e inizi a costruire un ponte.
Dopo tre mesi:
- meno rilavorazioni
- meno urgenze
- responsabilità più chiare
- una riunione settimanale breve, con ordine del giorno fisso
- Luca che non correva più dietro a ogni incendio
La magia non era “la soluzione”.
Era la disciplina.
La verità scomoda: chi cerca scorciatoie sta cercando sicurezza
Dietro la scorciatoia spesso c’è paura:
- paura di perdere tempo
- paura di sembrare incompetente
- paura di affrontare un conflitto
- paura di mettere regole e poi doverle far rispettare
E allora si preferisce una scorciatoia, perché dà una gratificazione immediata: “Ho risolto.”
Solo che non hai risolto: hai spostato il problema nel futuro. Con gli interessi.
Angela Duckworth la chiamerebbe mancanza di grit (tenacia nel lungo periodo). Carol Dweck parlerebbe di mentalità: se cerchi solo risultati rapidi, spesso stai evitando la zona dove impari davvero.
Un test rapido: sei anche tu un “cercatore di scorciatoie”?
Risponditi con sincerità (1 = mai, 5 = spesso):
- Quando c’è un problema, cerco subito “la soluzione” prima di capire la causa.
- Intervengo io perché “faccio prima”, invece di far crescere i responsabili.
- Cambio strategia spesso, inseguendo l’idea nuova.
- Rimando conversazioni difficili per non creare tensione.
- Misuro tanto… ma non cambio niente.
Se hai fatto 18 o più, non ti serve un trucco. Ti serve un patto con te stesso: meno fretta, più metodo.
La scorciatoia buona esiste (ma non è quella che credi)
La scorciatoia intelligente si chiama semplificazione.
E la semplificazione non taglia il lavoro: taglia il superfluo.
La scorciatoia tossica si chiama evasione.
E l’evasione non accorcia la strada: accorcia la tua capacità di reggere il viaggio.
Se vuoi una frase da portarti via oggi, è questa:
Le aziende non si salvano con le scorciatoie. Si salvano con le leve: poche, chiare, ripetute.
Se vuoi, nel prossimo articolo ti scrivo “le 5 leve anti-scorciatoia” che uso più spesso in consulenza (quelle che tengono insieme metodo, persone e numeri senza fare teatro).





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