
C’è un bisogno che vedo tornare, puntuale, in imprenditori brillanti, manager capaci, professionisti che “ce la fanno” fuori… e dentro si consumano.
È il bisogno di essere compresi da tutti.
Non “ascoltati”. Non “rispettati”. Proprio compresi. Da ogni collaboratore. Da ogni socio. Dal cliente facile e da quello impossibile. Dalla famiglia, dai fornitori, perfino dall’ex collega che commenta a mezza bocca.
È una sete di conferma travestita da buona intenzione.
E ti dico subito una cosa scomoda, da coach che da più di trent’anni sta nelle aziende vere: se cerchi di essere compreso da tutti, finirai per non essere più chiaro con nessuno. Soprattutto con te stesso.
Perché ci teniamo così tanto a essere compresi?
Questo tema non è “debolezza”. È umano. Ed è anche molto studiato.
- Baumeister e Leary hanno descritto il bisogno di appartenenza come una motivazione fondamentale: stare dentro al gruppo, sentire di avere un posto, evitare l’esclusione.
- Deci e Ryan, con la Self-Determination Theory, spiegano quanto contino relazione e riconoscimento per alimentare motivazione sana.
- John Bowlby, con la teoria dell’attaccamento, ci ricorda che la sicurezza relazionale (o la sua mancanza) modella il nostro modo di cercare approvazione.
- Erving Goffman ha mostrato quanto spesso “gestiamo l’immagine” per ottenere accettazione sociale, come se fossimo sempre su un palco.
Tradotto in azienda: quando non mi sento sicuro, divento diplomatico fino a sparire, spiego troppo, giustifico troppo, mi adatto troppo. Mi trasformo in una radio che cambia frequenza per piacere a ogni ascoltatore.
E nel frattempo perdo la rotta.
Il paradosso: più spieghi, meno ti capiscono
Ho visto centinaia di riunioni dove l’imprenditore parla quarantacinque minuti per “farsi capire”… e il team esce con tre interpretazioni diverse.
Perché?
Perché il bisogno di essere compreso da tutti ti spinge a togliere spigoli. E senza spigoli non c’è presa. Non c’è direzione. Non c’è decisione.
La comunicazione, quando è sana, non è “piacere”. È guidare.
E guidare vuol dire accettare una verità adulta: non tutti mi capiranno subito. Qualcuno non mi capirà mai. E posso vivere lo stesso.
Un esempio reale (cambiati i dettagli, vera la dinamica)
Qualche anno fa seguivo il titolare di un’azienda metalmeccanica, una quarantina di persone. Bravissimo, generoso, “uno di quelli che si fa in quattro”.
Aveva un talento: sapeva leggere i problemi tecnici al volo.
Aveva anche una trappola: voleva essere compreso da tutti, sempre.
Ogni scelta diventava una mini-campagna elettorale.
- Se introduceva un nuovo metodo in produzione, passava giorni a spiegare, rispiegare, fare esempi, cercare l’approvazione del capo turno più critico.
- Se un commerciale non era d’accordo su un prezzo, rinegoziava la decisione pur di non essere “mal interpretato”.
- Se il responsabile amministrativo storceva il naso, lui smussava la linea, anche quando la linea era corretta.
Risultato?
Un’azienda che sembrava efficiente fuori… ma dentro viveva in una nebbia permanente.
Una sera mi chiama tardi: “Marino, sono stanco. Qualsiasi cosa faccio, qualcuno la capisce al contrario.”
Gli chiedo una sola cosa: “Dimmi la verità: tu vuoi essere capito… o vuoi essere approvato?”
Silenzio.
Poi: “Voglio che non mi fraintendano.”
“Certo. Ma dietro c’è un’altra paura: se non mi capiscono, mi giudicano. Se mi giudicano, perdo valore.”
Da lì abbiamo fatto un lavoro chirurgico: non sul modo di parlare, ma sul motivo per cui parlava così.
Nel giro di settimane, non mesi, cambia due cose:
- Smette di spiegare per piacere. Inizia a comunicare per guidare.
- Accetta che la comprensione non è unanimità. È allineamento operativo.
La svolta è arrivata in una riunione di produzione.
Uno protesta: “Non è chiaro!”
Lui, calmo: “È chiarissimo. Forse non ti piace. E possiamo parlarne. Ma la direzione è questa.”
In quel momento l’azienda ha respirato.
Perché quando un leader smette di mendicare comprensione, dà sicurezza. E la sicurezza fa lavorare meglio tutti.
Il bisogno di essere compresi: da dove arriva davvero?
Quasi sempre arriva da una combinazione di tre fattori:
- Identità fragile: se mi criticano, mi sento messo in discussione come persona.
- Paura del conflitto: confondo la pace con l’assenza di attrito.
- Dipendenza dal consenso: valuto la bontà di una scelta in base a quanta approvazione genera.
È qui che il coaching serve: non per “parlare meglio”, ma per stare in piedi meglio.
Tre strumenti pratici per liberarti
1) Scegli chi deve capirti davvero
Non tutti contano allo stesso modo su ogni decisione.
Fai una mappa rapida:
- Chi deve capire per eseguire?
- Chi deve capire per sostenere?
- Chi può anche non capire subito, purché rispetti il processo?
Essere chiaro con tutti è impossibile. Essere chiaro con i ruoli chiave è doveroso.
2) Comunica per punti, non per difesa
Quando ti accorgi che stai “spiegando troppo”, fermati.
Usa questo formato:
- Decisione (una frase)
- Motivo (una frase)
- Impatto operativo (tre punti)
- Spazio domande (con tempi e confini)
Se ti dilunghi, spesso non stai chiarendo: stai chiedendo permesso.
3) Allena una frase guida
Ti propongo una frase da tenere addosso come un coltellino svizzero:
“Non devo essere compreso da tutti. Devo essere coerente, rispettoso e chiaro.”
Ripetila prima di una riunione difficile.
Ripetila prima di mandare quel messaggio infinito su WhatsApp.
Ripetila quando senti salire l’urgenza di “farti capire”.
La chiusura che ti lascio
Essere compresi è bello. È umano. È perfino nutriente.
Ma quando diventa un bisogno, diventa una prigione.
E la prigione ha un costo: decisioni lente, confini molli, leadership annacquata, energia spesa a convincere invece che a costruire.
Se oggi ti riconosci in questo tema, non giudicarti.
Fai un passo più adulto:
Scegli una cosa importante che vuoi dire in modo chiaro, anche se qualcuno storcerà il naso.
Dilla bene. Dilla con rispetto.
E resta fermo.
Perché nella leadership – come in mare – non serve che tutte le onde ti capiscano.
Serve che tu tenga la rotta.





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