
Ricordo perfettamente quel muro.
Era un bar di provincia, uno di quelli dove il caffè sa ancora di bruciato e le sedie cigolano come i pensieri di chi si ferma un attimo a riflettere. Sopra la macchina del caffè, scritta con un pennarello nero su una piastrella bianca, campeggiava la frase:
“Chi sa fa, chi non sa insegna.”
Non c’era firma. Forse un anonimo. Forse un disilluso. Ma quella frase mi è rimasta impressa come una provocazione che mi accompagna da allora.
Perché nella mia vita di coach e consulente aziendale ho visto entrambe le facce di quella medaglia: chi fa ma non sa spiegare, e chi spiega ma non ha mai fatto davvero.
La trappola di chi parla senza esperienza
Negli anni ho conosciuto molti “insegnanti della teoria”.
Li riconosci subito: sono impeccabili nelle slide, ma incerti nei fatti. Parlano di leadership, ma non hanno mai guidato un team. Parlano di vendite, ma non hanno mai chiuso un contratto. Parlano di cambiamento, ma non hanno mai attraversato un fallimento personale.
Non è cattiveria, è assenza di esperienza incarnata.
Perché la conoscenza non basta. Serve la ferita. Serve l’errore, la notte insonne, la decisione sbagliata che ti insegna più di mille corsi.
Il filosofo John Dewey, padre della learning by doing, diceva:
“Non impariamo dall’esperienza, ma dalla riflessione sull’esperienza.”
Ecco la chiave.
Il sapere che vale nasce solo quando vivi qualcosa, lo attraversi e poi lo racconti con onestà, non per apparire, ma per aiutare.
Un esempio reale: la lezione del capofficina
Anni fa, in un’azienda del Nordest, seguivo un percorso di formazione per migliorare la comunicazione interna.
C’era un capofficina, Gianni, con 30 anni di esperienza, che all’inizio guardava con sospetto tutto ciò che “sapeva di coaching”.
Durante una sessione gli chiesi:
“Gianni, se dovessi insegnare a un ragazzo a fare bene il tuo mestiere, da dove partiresti?”
Lui mi guardò e disse:
“Non gli direi nulla. Lo farei lavorare con me per un mese. Poi gli chiederei: hai capito perché faccio così?”
E in quel momento ho capito che Gianni era un maestro, anche se non si definiva tale.
Non usava power point. Non conosceva le teorie di Kolb sul ciclo dell’apprendimento esperienziale. Ma le incarnava.
Faceva, rifletteva, correggeva.
Era il contrario di chi “insegna per finta”.
Il sapere autentico: quando la vita diventa aula
Le neuroscienze oggi confermano che il cervello apprende davvero solo quando emozione e azione si incontrano.
Daniel Goleman, studiando l’intelligenza emotiva, spiega che la memoria si fissa attraverso l’esperienza vissuta, non solo ascoltata.
Ecco perché le persone ricordano una storia più di una formula.
Perché il corpo e il cuore imparano prima della mente.
Il sapere autentico nasce quando il fare si intreccia con il pensare.
Quando un imprenditore non solo insegna ai suoi collaboratori cosa fare, ma li fa vivere un processo.
Quando un leader insegna con l’esempio, non con le slide.
La mia riflessione dopo trent’anni di aziende
Dopo oltre trent’anni tra officine, sale riunioni e cantieri umani, ho capito una cosa:
chi sa davvero, non smette mai di imparare.
E spesso i migliori “insegnanti” non si definiscono tali: fanno, osservano, si mettono in discussione e poi, con semplicità, mostrano la strada a chi viene dopo.
Per questo oggi riscriverei quella frase letta in quel bar:
“Chi sa, fa.
Chi fa, impara.
E chi impara, insegna — con umiltà.”
Perché la vera conoscenza non si proclama, si trasmette.
Non nasce dai libri, ma dal coraggio di sporcarsi le mani e di mettersi in gioco.
E forse quel barista anonimo, dieci anni fa, voleva proprio dirci questo:
che la differenza tra chi parla e chi agisce è una sola parola — autenticità.





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