Smart working vs. Smart organization: oltre il lavoro da remoto

Smart

Ricordo come fosse ieri quel lunedì di marzo del 2020. Il mondo sembrava essersi fermato, e con lui anche l’idea tradizionale di “andare a lavorare”. Le aziende, spaesate, si sono affrettate a dotare i dipendenti di laptop, VPN, licenze Zoom e strumenti di collaboration. “Stiamo facendo smart working!”, dicevano. Ma la verità? La maggior parte non stava facendo smart working, stava solo lavorando da casa.

Ed è qui che comincia il vero equivoco.

In oltre trent’anni di esperienza come business coach, ne ho viste di trasformazioni aziendali, ma mai una così confusa. Lo smart working è diventato una moda, una parola da inserire nei comunicati stampa, nelle proposte ai clienti, persino nei bandi pubblici. Ma poche, pochissime aziende, hanno colto la differenza tra lavorare in modo smart e organizzarsi in modo smart. È una differenza sottile, ma decisiva.


Il malinteso dello smart working

Nel 2020 l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano pubblicava un dato illuminante: oltre il 70% delle aziende italiane che dichiaravano di fare smart working, in realtà praticavano solo remote working. Ovvero: stessa struttura gerarchica, stessi processi rigidi, stessi obiettivi a breve termine… solo spostati a casa.

Lavorare da remoto, senza un cambiamento organizzativo, è come togliere il motore da una macchina e aspettarsi che vada avanti da sola perché è “leggera”.

La verità è che il vero smart working funziona solo se c’è dietro una smart organization. E questa non si costruisce con le app, ma con una visione nuova del lavoro: più responsabilità, più autonomia, meno controllo.


Smart organization: l’ingrediente mancante

Una smart organization non ha bisogno di sapere dove sei, ma perché fai ciò che fai. Non misura il tempo, misura il valore creato. Non si preoccupa di quante ore lavori, ma se il lavoro è ben fatto.

Peter Drucker, padre del management moderno, già decenni fa scriveva: “Il compito di un manager non è controllare le persone, ma renderle capaci di lavorare.” E in questo senso, lo smart working non è un benefit, è una conseguenza naturale di una cultura aziendale evoluta.


Il caso reale: l’azienda che ha scelto di fidarsi

Luca è il CEO di una media azienda del Nordest che produce componentistica industriale. Mi chiamò nel 2021, con questa frase: “Marino, abbiamo fatto smart working per un anno, ma ora i miei capi area vogliono riportare tutti in sede. Ho la sensazione che torneremmo indietro di dieci anni.”

Aveva ragione.

Iniziammo un percorso profondo di coaching organizzativo. Non abbiamo parlato di Zoom o di orari flessibili. Abbiamo parlato di fiducia, delega, obiettivi condivisi, trasparenza e accountability. Abbiamo lavorato sulla maturità relazionale dei manager. Abbiamo rivisto i processi, le riunioni, persino le job description. Il risultato? Dopo sei mesi, il lavoro era diviso in “tempi sincronizzati” e “tempi asincroni”, i KPI erano chiari, la comunicazione era meno ansiogena e più efficace. E soprattutto: i collaboratori erano più ingaggiati.

Quella non era più solo un’azienda che “permetteva” lo smart working. Era diventata una smart organization.


Il futuro non è dove lavori, ma come lavori

Lo smart working è solo la punta dell’iceberg. Sotto la superficie c’è la vera sfida: ripensare il modello organizzativo. Un modello che non teme di perdere controllo, perché ha imparato a costruire fiducia. Che non si nasconde dietro un badge da timbrare, ma che guarda le persone negli occhi, anche attraverso uno schermo.

Come dice Gary Hamel, uno dei massimi studiosi di management del XXI secolo: “Il problema non è il lavoro, è il management. Dobbiamo reinventarlo.”


Conclusione: la vera rivoluzione è culturale

Se c’è una cosa che questi trent’anni di lavoro nelle imprese mi hanno insegnato è che le persone vogliono lavorare bene, vogliono essere autonome, vogliono contribuire. Ma hanno bisogno di un’organizzazione che le rispetti e le responsabilizzi.

Smart working senza smart organization è come mettere un’aquila in gabbia e poi chiederle di volare.

Il mio invito, oggi, è questo: non chiediamoci più “come possiamo far lavorare le persone da casa”, ma “come possiamo farle lavorare meglio, ovunque siano”.

La risposta, credimi, non sta nei tool digitali. Sta nel modo in cui guardiamo il lavoro. E soprattutto, nel modo in cui guardiamo le persone.


Se vuoi che ne parliamo nel tuo team o nella tua impresa, sai dove trovarmi.

Marino Avanzo
Business Coach e appassionato di organizzazioni che funzionano davvero

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