“L’azienda per cui lavori non è la tua famiglia” – Una verità scomoda che può liberarti

Famiglia

Lo so, fa male leggerlo. Ma a volte, per crescere, dobbiamo accettare ciò che non vogliamo vedere.

Ho passato più di trent’anni nelle stanze delle aziende: uffici patinati, magazzini polverosi, sale riunioni fredde e accese, laboratori creativi e cantieri pieni di fango e cuore. In ogni angolo, ho ascoltato uomini e donne ripetere una frase con orgoglio, oppure con speranza:
“Qui siamo come una famiglia.”

Ed è proprio lì, in quella frase apparentemente rassicurante, che spesso ho visto nascere le peggiori confusioni.


La bugia della “famiglia aziendale”

C’è qualcosa di profondamente umano nel voler appartenere. È un bisogno antico, atavico, scritto nella nostra neurobiologia. Come spiega lo psicologo Abraham Maslow nella sua celebre piramide dei bisogni, subito dopo le necessità fisiologiche e di sicurezza, c’è il bisogno di appartenenza. È normale cercarlo anche sul lavoro.
Ma un’azienda non è una famiglia. E fingere che lo sia può diventare pericoloso.

La famiglia ti ama a prescindere. L’azienda no.
In famiglia (idealmente) non si viene “licenziati”. Nelle aziende sì.
In famiglia ci si perdona anche l’errore più ingenuo o grossolano.
In azienda, l’errore può costarti la carriera.

Questo non è cinismo. È realtà. E prenderne atto può salvare rapporti, salute mentale, e, paradossalmente, anche la produttività.


Un caso reale: Nadia e il suo “senso di colpa”

Qualche anno fa sono stato chiamato in un’azienda del Nord Est – un’impresa a conduzione familiare cresciuta fino a contare più di 80 dipendenti.
Lì ho incontrato Nadia, responsabile amministrativa da oltre 12 anni. Un pilastro, come dicono molti.
Nadia era sempre la prima ad arrivare e l’ultima ad andare via. Aveva rinunciato a ferie, rifiutato aumenti per non “creare tensioni tra colleghi” e si sentiva “responsabile” anche per scelte che non dipendevano da lei.

Quando un giorno le proposero un nuovo sistema informatico, si oppose con forza. Non per mancanza di capacità. Ma per paura.
“E se non mi trovo? E se mi rimpiazzano? Dopo tutto quello che ho dato?”

In coaching emerse una frase chiave:
“Non posso deludere questa famiglia.”

Solo quando le feci notare, con dolcezza ma fermezza, che stava confondendo il suo ruolo professionale con una dinamica affettiva, Nadia scoppiò in lacrime.
Non aveva mai visto quella distorsione. Si era data anima e corpo… a un sistema che, se domani cambiasse business, potrebbe lasciarla a casa con una stretta di mano.

Dopo mesi di lavoro insieme, Nadia ha imparato a mettere confini, a chiedere aumenti, a delegare.
Oggi lavora meno ore, ma con più impatto. È rispettata, non solo amata. E ha capito che l’autonomia non è tradimento. È maturità.


Chi lo ha studiato: la cultura organizzativa e l’illusione della famiglia

Adam Grant, psicologo organizzativo della Wharton School e autore di bestseller come “Think Again”, ha spesso sottolineato come il paragone tra azienda e famiglia possa essere un’arma a doppio taglio.
Nel suo podcast “WorkLife”, Grant spiega come molte imprese usino la retorica della famiglia per stimolare fedeltà… ma senza offrire le stesse garanzie e senza gestire i legami tossici che da essa possono nascere.

Anche Patrick Lencioni, autore di “The Five Dysfunctions of a Team”, ha messo in guardia le organizzazioni dal confondere affetto con responsabilità. In una squadra sana, ci si può voler bene, ma la chiarezza dei ruoli, delle regole e degli obiettivi resta sacra.


Il coaching serve a questo: separare l’identità dal ruolo

Quando lavoro con manager, imprenditori o dipendenti di ogni livello, il mio obiettivo è sempre lo stesso: liberarli.

Liberarli da catene invisibili, da aspettative implicite, da sensi di colpa non loro.
Perché quando una persona si identifica completamente con l’azienda per cui lavora, smette di vivere, smette di scegliere.
E quando finalmente si rende conto che la “famiglia” può anche voltarti le spalle… il trauma è profondo.

Ma se capisci che l’azienda non è tua madre, né tuo fratello, né tuo figlio…
puoi iniziare a costruire relazioni sane.
Professionali. Umane. Oneste.


Conclusione: Il lavoro è un luogo dove si può amare. Ma non è amore.

Smettere di idealizzare il contesto lavorativo non significa diventare cinici.
Significa diventare adulti.

Quando sai che l’azienda non è la tua famiglia, puoi finalmente:

  • dire no senza colpa;
  • difendere i tuoi confini;
  • negoziare con lucidità;
  • e, soprattutto, scegliere ogni giorno di rimanere, non per dipendenza, ma per libertà.

E in quella libertà… nasce il vero valore del tuo contributo.

Marino Avanzo
Business Coach | 30 anni di esperienza
Appassionato di cervello, comportamenti umani e verità scomode che liberano
🧭 “Le cose semplici funzionano sempre”

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