
C’è un momento, preciso, che ricordo ancora dopo trent’anni di carriera nel business coaching: ero in una sala conferenze a Bologna, chiamato a intervenire davanti a una platea di imprenditori. Avevo preparato tutto nei minimi dettagli. Slide impeccabili. Messaggi chiari. Eppure, appena presi in mano il microfono, sentii quella fitta allo stomaco. Non era paura. Era responsabilità. Avevo davanti a me decine di persone, ognuna con i suoi problemi, le sue attese, i suoi sogni. In quel momento, capii che parlare in pubblico non è una performance. È un atto d’amore.
L’oratoria: un’arte antica, un bisogno moderno
L’arte di parlare in pubblico ha radici antiche. Aristotele la chiamava retorica. La intendeva come la capacità di persuadere attraverso tre elementi: ethos (credibilità), pathos (coinvolgimento emotivo) e logos (argomentazione logica). Oggi, neuroscienze e coaching ce lo confermano: per catturare davvero l’attenzione delle persone serve molto più che parole ben dette. Serve presenza. Emozione. E una profonda connessione.
Lo psicologo Albert Mehrabian, negli anni ’70, ci ha offerto uno studio diventato celebre (e spesso mal interpretato): secondo le sue ricerche, il 93% della comunicazione è non verbale – 55% è linguaggio del corpo, 38% è tono della voce, solo 7% sono le parole. Non significa che le parole non contino. Significa che il modo in cui le diciamo ha un peso emotivo e percettivo enorme.
L’esperienza di Luca: dal panico alla leadership
Luca, imprenditore nel settore metalmeccanico, è arrivato da me dicendomi: “Non riesco a parlare in pubblico. Mi sento un idiota”. Era brillante, competente, eppure bastava una riunione con più di cinque persone perché perdesse sicurezza.
Lavorammo insieme su cinque leve:
- Riconnettersi al perché: perché stai parlando? Per convincere? Per ispirare? Per essere approvato? Luca scoprì che il suo vero desiderio era trasmettere visione ai suoi collaboratori, non impressionarli.
- Allenare la presenza: attraverso tecniche di respirazione, grounding corporeo e centratura (ispirate agli studi di Amy Cuddy sull’effetto della postura sul cervello), imparò a gestire l’adrenalina e trasformarla in energia comunicativa.
- Costruire storytelling: invece di slide piene di dati, cominciò a usare storie vere. Raccontò di quando suo padre lavorava in officina, di quando lui stesso fece un errore che costò 20.000 euro all’azienda. Risultato? I collaboratori lo ascoltavano. E si fidavano.
- Coinvolgere: fargli domande, usare pause, guardare negli occhi le persone. Come insegna Nancy Duarte, esperta di comunicazione e autrice del libro “Resonate”, un buon discorso è come un viaggio dell’eroe: mette al centro chi ascolta.
- Accettare l’imperfezione: nessuno si innamora di chi è perfetto. Ma tutti seguono chi è autentico.
Dopo tre mesi, Luca fu invitato a parlare a una fiera di settore. Mi mandò un messaggio che conservo ancora: “Non ho fatto il discorso perfetto. Ma ho parlato con il cuore. E mi hanno ascoltato.”
Parlare è mettersi a nudo
Quando parli in pubblico, non stai solo trasferendo informazioni. Stai offrendo una parte di te. Le persone non ricordano cosa hai detto, ricordano come le hai fatte sentire. È un atto che richiede vulnerabilità, e allo stesso tempo, coraggio.
Ma c’è una buona notizia: non è un talento. È un muscolo. Si può allenare. E io l’ho visto fare decine, centinaia di volte. Imprenditori che da “timidi cronici” sono diventati leader carismatici. Manager che hanno trasformato riunioni noiose in momenti di ispirazione.
Cinque strumenti pratici per te
- Prepara l’intenzione, non solo il contenuto: chiediti cosa vuoi lasciare, non solo cosa vuoi dire.
- Respira con consapevolezza prima di iniziare: anche solo tre respiri profondi possono calmare il sistema nervoso.
- Usa immagini e metafore: il cervello ama le storie, non le slide.
- Sii umano, non impeccabile: ammetti un errore, condividi una fragilità. Ti renderà più vicino.
- Chiedi feedback e riascoltati: ogni intervento è un’occasione per crescere.
Conclusione: chi sa parlare cambia le cose
Parlare in pubblico è uno degli strumenti più potenti che un leader ha a disposizione. Non per dominare. Ma per unire. Per accendere visioni, costruire fiducia, creare futuro. In un mondo pieno di rumore, chi sa comunicare con autenticità è una voce che si fa ricordare.
E se pensi di non esserne capace, ti dico solo questo: nemmeno io lo ero. Ma ho imparato. E tu puoi farlo.
Se vuoi approfondire il tema, consiglio:
- “Talk Like TED” di Carmine Gallo
- “Presence” di Amy Cuddy
- “Resonate” di Nancy Duarte
Oppure, scrivimi: ne parliamo insieme.
A voce.
Dal vivo.
Con il cuore.





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