
Nella mia lunga carriera di business coach, ho visto di tutto. Imprenditori geniali affossati dalla loro stessa genialità, aziende che implodono per un eccesso di burocrazia, e leader incapaci di guidare per paura di essere impopolari. Ma c’è un caso che mi è rimasto particolarmente impresso: quello di Marco, un imprenditore che rischiava di essere divorato dai suoi stessi dipendenti. Il motivo? Era troppo buono.
IL CASO DI MARCO: L’IMPRENDITORE CHE VOLEVA PIACERE A TUTTI
Marco aveva ereditato l’azienda di famiglia, un’attività solida nel settore manifatturiero con vent’anni di storia alle spalle. Credeva che la chiave per una leadership efficace fosse l’empatia. Non voleva essere visto come il “padrone”, ma come un collega, un amico. Concedeva aumenti senza troppe trattative, chiudeva un occhio sui ritardi e lasciava che le decisioni venissero prese dal basso, senza imporsi troppo.
All’inizio, l’atmosfera era meravigliosa. I dipendenti si sentivano ascoltati, l’ambiente era rilassato e tutti sembravano contenti. Ma con il tempo, la situazione sfuggì di mano. Alcuni collaboratori iniziarono ad approfittarsi della sua disponibilità, chiedendo aumenti ingiustificati e riducendo l’impegno. Chi lavorava sodo si sentiva demotivato vedendo che l’azienda premiava anche i fannulloni. E poi arrivarono le minacce velate.
Un gruppo di dipendenti, vedendo che Marco cedeva facilmente, cominciò a mettere pressione: “Se non ci dai il bonus, ce ne andiamo tutti”. Oppure: “O fai come diciamo noi, o scioperiamo”. Marco era in trappola. Se cedeva, avrebbe perso il controllo. Se reagiva, temeva di essere percepito come un dittatore.
IL MIO INTERVENTO: ESSERE BUONI NON SIGNIFICA ESSERE DEBOLI
Quando Marco mi chiamò, era sull’orlo di un esaurimento. “Non capisco, voglio solo far stare bene tutti, e invece mi ritrovo a essere ricattato!”, mi disse sconsolato.
Gli spiegai una regola fondamentale della leadership: essere buoni non significa essere deboli. La bontà senza regole diventa caos. I dipendenti non rispettano chi concede tutto senza lottare. Un leader deve essere giusto, non accondiscendente.
Abbiamo lavorato su tre punti chiave:
- Definire regole chiare: Marco ha stabilito criteri trasparenti per aumenti, premi e responsabilità, comunicandoli apertamente a tutti.
- Imparare a dire no: Ha iniziato a rifiutare richieste irragionevoli, spiegando il perché senza paura del confronto.
- Premiare il merito: Ha introdotto un sistema basato sui risultati, valorizzando chi si impegnava davvero.
All’inizio c’è stata resistenza. Alcuni dipendenti hanno brontolato, qualcuno se n’è andato. Ma nel giro di pochi mesi, l’azienda ha ritrovato equilibrio e produttività. E Marco? Finalmente si sentiva di nuovo al comando della sua nave.
LA LEZIONE: LA LEADERSHIP NON È UNA GARA DI POPOLARITÀ
Il caso di Marco è un monito per tutti gli imprenditori e manager che credono che un buon leader debba essere amato da tutti. Il rispetto conta più della simpatia. Le persone seguono chi dà sicurezza, chi ha una visione chiara e regole giuste.
Essere buoni non è un difetto. Ma la bontà senza fermezza trasforma il leader in una marionetta nelle mani degli altri. E tu, sei il capitano della tua azienda o stai lasciando che il vento decida la rotta?





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