
Nel mio lavoro di business coach, mi sono imbattuto spesso in teorie e metodologie che promettono di rivoluzionare l’approccio al lavoro e alla leadership. Alcune sono illuminanti, altre sono solo slogan di moda destinati a svanire. E poi c’è l’ikigai, il concetto giapponese che indica la “ragione di esistere”. Ma ha davvero un senso applicarlo in azienda? O è solo l’ennesima trovata new age?
L’ikigai: tra filosofia e business
L’ikigai si trova all’incrocio tra quattro elementi fondamentali:
- Ciò che ami fare
- Ciò in cui sei bravo
- Ciò di cui il mondo ha bisogno
- Ciò per cui puoi essere pagato
Sulla carta sembra perfetto: un equilibrio tra passione, talento, utilità e guadagno. Ma in azienda il mondo non è sempre così lineare. Molti imprenditori si chiedono: “Se aspettassi che i miei dipendenti trovino il loro ikigai, la mia azienda chiuderebbe domani”. E hanno ragione. Ma c’è un modo più pratico di vedere la questione.
Un caso reale: l’ikigai applicato con criterio
Qualche anno fa ho lavorato con un’azienda nel settore delle ristrutturazioni. Il titolare, Marco, aveva un problema cronico: un alto turnover tra i tecnici specializzati. “La gente viene, sta sei mesi e poi se ne va. Non sentono un legame con l’azienda”, mi disse un giorno.
Gli proposi di fare un esperimento: non cercare di trovare il “sacro ikigai” di ogni dipendente, ma semplicemente allineare meglio il lavoro con le loro motivazioni profonde. Facemmo una serie di colloqui con il personale per capire non solo le loro competenze, ma anche cosa li motivava davvero.
Il risultato fu interessante. Alcuni erano appassionati di innovazione e volevano lavorare su progetti particolari. Altri cercavano semplicemente stabilità e un ambiente sereno. Invece di spingere tutti a “trovare il loro scopo nella vita”, Marco riorganizzò i ruoli dando più spazio ai talenti e agli interessi individuali. Il turnover si dimezzò e la produttività aumentò.
Opportunità o stupidaggine? Dipende da come lo usi
L’ikigai, se preso come una ricerca ossessiva di un significato supremo nel lavoro, rischia di essere una perdita di tempo. Ma se lo usiamo come uno strumento per migliorare la gestione delle persone e aumentare l’engagement, allora diventa un’opportunità concreta.
Non serve che ogni dipendente trovi il suo scopo nella vita dentro l’azienda, ma se riusciamo a dare loro un senso di contributo e gratificazione, i risultati si vedranno.
Ikigai in azienda? Non è una stupidaggine, ma nemmeno una formula magica. È uno strumento. E come tutti gli strumenti, funziona solo se usato con intelligenza.





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