
“Se vuoi puoi.”
Una frase che abbiamo sentito milioni di volte. La trovi sui poster motivazionali, nei corsi di crescita personale, persino scritta sui muri delle palestre.
Sembra potente, ma in realtà è una delle frasi più tossiche che possiamo rivolgere a noi stessi.
Quel piccolo “se” — solo due lettere — è il veleno nascosto sotto una promessa di libertà.
Perché quel “se” introduce il dubbio.
E il dubbio, nel linguaggio del cervello, è un freno a mano tirato.
Il veleno del “se”
Il se è una condizione. Significa che il tuo potere dipende da qualcosa di esterno: se vuoi puoi vuol dire che devi prima volere, e che forse non vuoi abbastanza.
Il sottotesto è devastante: se non ce la fai, è perché non vuoi davvero.
Questa convinzione distrugge la fiducia, alimenta la colpa e azzera l’autostima.
Nel coaching, ho visto manager e imprenditori tormentarsi con quella frase. Persone che lavoravano 14 ore al giorno, ma si sentivano comunque “non abbastanza”.
Si convincevano che “non volevano davvero” perché i risultati non arrivavano subito.
Eppure, non era questione di volontà.
Era questione di metodo, di energia, di tempo, di direzione.
La psicologia dietro la parola “se”
Carol Dweck, psicologa di Stanford, ha studiato per decenni la mentalità del successo e ha spiegato come le parole che usiamo attivino aree precise del cervello.
Il se richiama il dubbio e alimenta la fixed mindset, la mentalità fissa: quella che vede il talento come qualcosa di dato, e il fallimento come una prova di incapacità.
Al contrario, chi usa un linguaggio “aperto”, privo di condizioni — come “voglio e lo farò”, “sto imparando”, “mi sto allenando” — attiva la growth mindset, la mentalità di crescita.
In questa prospettiva, ogni errore diventa un gradino, non una condanna.
Il cervello non distingue tra immaginazione e realtà: se lo abitui al dubbio, costruisce paura. Se lo abitui alla decisione, costruisce possibilità.
Un caso reale: Andrea e il “se vuoi puoi”
Qualche anno fa ho seguito Andrea, un giovane direttore commerciale di un’azienda del Nord-Est.
Era brillante, ma ogni volta che parlava di un obiettivo, diceva:
“Se voglio, posso farcela.”
Gli chiesi: “Andrea, e cosa succede se non vuoi?”
Mi guardò confuso.
“Beh… allora fallisco.”
Quel giorno lavorammo su una cosa sola: togliere il se.
Da “se voglio posso”, passò a “voglio e posso”.
Il primo verbo è condizionato, il secondo è decisione.
Nei mesi successivi, Andrea iniziò a ottenere risultati concreti. Non perché fosse diventato un supereroe, ma perché aveva smesso di mettere condizioni al suo impegno.
Il cervello, finalmente, riceveva un messaggio chiaro: “sto facendo”, non “forse farò”.
Il potere delle parole certe
Le neuroscienze ci dicono che le parole attivano circuiti emotivi specifici.
Secondo uno studio di Andrew Newberg (“Words Can Change Your Brain”), parole positive, dirette e decise come “posso”, “faccio”, “scelgo”, attivano la produzione di dopamina e ossitocina: ormoni legati alla motivazione e alla fiducia.
Al contrario, parole condizionali come “se”, “forse”, “magari”, stimolano cortisolo, l’ormone dello stress.
E il cervello, sotto stress, non crea. Reagisce.
Non immagina. Si difende.
La verità è questa
Non esiste il “se vuoi puoi”.
Esiste “quando vuoi, inizi”.
Esiste “se scegli, costruisci”.
Esiste “quando decidi, cresci”.
Il verbo volere da solo non basta, e il se lo rende fragile.
La volontà vera nasce quando il pensiero si trasforma in azione, quando togli il condizionale e scegli la chiarezza.
Il mio consiglio da coach
Ogni volta che ti senti dire “se vuoi puoi”, fermati un secondo e chiediti:
👉 “Cosa sto scegliendo davvero, ora?”
👉 “Sto agendo o sto solo sperando?”
Sostituisci il se con un ora.
Perché ora vuoi, ora puoi, ora inizi.
In trent’anni di lavoro con manager, imprenditori e team ho imparato che la differenza tra chi arriva e chi rimane fermo non è nel talento, né nella fortuna.
È nella chiarezza delle parole con cui si parla ogni mattina davanti allo specchio.
E allora ricordalo:
Non dire mai “se vuoi puoi.”
Dì piuttosto:
💥 “Voglio, e quindi posso.”





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