
Ci sono conversazioni che, per chi fa il mio mestiere da oltre trent’anni, restano impresse come cicatrici indelebili. Non perché siano state drammatiche, ma perché mi hanno insegnato quanto sia complesso, e al tempo stesso affascinante, il cervello umano quando viene messo alla prova.
Una di queste riguarda un manager che seguivo in un’azienda di medie dimensioni. Brillante, visionario, con un’energia fuori dal comune. Entrava in ufficio la mattina come una tempesta di idee: dieci progetti aperti, tre nuove intuizioni, mille parole al minuto. I collaboratori, però, arrancavano. Ogni riunione si trasformava in un labirinto di spunti senza una direzione chiara, e chi provava a riportarlo sui binari spesso veniva travolto dalla sua velocità.
Ci vollero mesi prima che lui stesso accettasse di dirlo ad alta voce: “Ho l’ADHD”.
Molti lo pensano come un’etichetta infantile, un disturbo che si lascia alle spalle con l’adolescenza. In realtà non è così. Studi come quelli di Russell Barkley, uno dei maggiori esperti mondiali, hanno dimostrato che l’ADHD negli adulti non scompare, ma assume forme diverse: impulsività nelle decisioni, difficoltà a mantenere il focus, gestione complicata del tempo e delle priorità.
Ed ecco perché comunicare con un manager con ADHD diventa un’arte raffinata.
Il paradosso dell’ascolto
Chi ha l’ADHD non è incapace di ascoltare: al contrario, spesso sente più di chiunque altro. Il problema è che la mente corre più veloce delle parole. Mentre tu stai spiegando un concetto, lui ha già immaginato tre possibili applicazioni, due rischi e un’idea alternativa. Quando torni al punto di partenza, ti accorgi che ti ha perso. Non per maleducazione, ma perché il suo cervello ha preso una tangente.
È un po’ come parlare con un velista in mezzo a una regata: tu indichi la rotta, ma lui vede contemporaneamente il vento, le onde, le vele degli avversari.
Una storia reale
In una riunione con il manager di cui ti parlavo, provai a spiegargli un modello organizzativo semplice per gestire i progetti. Mi interruppe dopo tre minuti:
“Interessante, ma possiamo farlo diventare un’app? Magari in cloud, così colleghiamo anche i fornitori!”.
I collaboratori alzarono gli occhi al cielo, stanchi. Io decisi di non oppormi, ma di usare la sua stessa energia. Gli risposi:
“Perfetto, allora facciamo così: mettiamo in lista anche l’idea dell’app. Ma ora, per farla nascere, serve un passo alla volta. Se la tua mente è già a dieci miglia da qui, chi rema con te deve sapere almeno in quale direzione remare. Disegniamo subito una rotta, così nessuno si perde”.
Fu la prima volta che lo vidi fermarsi, sorridere e dire: “Ok, guidi tu questa parte”.
La scienza dietro la difficoltà
Le ricerche neuroscientifiche confermano ciò che l’esperienza mi ha insegnato. Nell’ADHD il circuito della dopamina funziona in modo diverso: la ricerca costante di stimoli e novità rende difficile mantenere l’attenzione su compiti lineari e ripetitivi. Come spiega Edward Hallowell, psichiatra di Harvard, il cervello con ADHD è come una Ferrari con i freni da bicicletta: potentissimo, ma difficile da controllare.
Ecco perché, quando si comunica con un manager con ADHD, servono strategie precise:
- Sintesi immediata: frasi brevi, chiare, senza troppi giri.
- Visualizzazione: usare schemi, mappe, disegni che fissino l’attenzione.
- Coinvolgimento attivo: fargli toccare con mano i passaggi, trasformando la comunicazione in azione.
- Riconoscere il valore: non frenare sempre la sua velocità, ma incanalarla, come l’acqua di un fiume che diventa energia idroelettrica.
La lezione che ho imparato
Comunicare con un manager con ADHD non significa “semplificare per lui”, ma adattarsi al suo ritmo senza esserne travolti. È un equilibrio fragile, che richiede pazienza, empatia e la capacità di trasformare la complessità in segnali chiari.
Quel manager oggi guida ancora la stessa azienda, ma con una squadra che ha imparato a “tradurre” le sue accelerazioni in azioni concrete. E lui ha imparato che la vera leadership non sta nel pensare più veloce degli altri, ma nel saper aspettare che gli altri ti seguano.
Alla fine, comunicare con chi ha l’ADHD è come navigare con vento forte: se sai governarlo, arrivi lontano. Se lo combatti, rischi solo di rovesciarti.





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