
Ricordo ancora il giorno in cui, appena trentenne, entrai per la prima volta in un’azienda metalmeccanica come consulente. C’era odore di ferro, di olio, ma soprattutto di disciplina. I colletti bianchi lavoravano in silenzio, mentre in produzione il ritmo era scandito da gesti ripetitivi e precisi. Il tempo era moneta, l’autorità era verticale, la carriera si costruiva con la fedeltà.
Eravamo noi, la Generazione X, nati tra il 1965 e il 1980. Cresciuti senza internet, con la televisione generalista e i motorini a due tempi. La nostra cifra era la resilienza. Ci insegnavano a rimboccarci le maniche, ad adattarci, a non lamentarci. Lavoro e sacrificio, questa era la ricetta. E chi sbagliava… imparava.
Poi, pian piano, sono arrivati loro: i Millennials – la Generazione Y (1981–1996). E qualcosa ha cominciato a cambiare. Erano più veloci, più tecnologici, ma anche più inquieti. Non bastava più “avere un posto fisso”: volevano senso, volevano essere ascoltati, volevano spazio. Non li capivamo. Dicevamo: “Non hanno voglia di lavorare”. Ma sbagliavamo. Loro volevano lavorare in modo diverso.
E ora? Ora bussano alla porta i ragazzi della Generazione Z (1997–2012). Nativi digitali puri, cresciuti a colpi di swipe, stories e algoritmi. Hanno una soglia dell’attenzione più breve, ma una capacità di apprendere impressionante. Parlano di inclusione, di flessibilità, di sostenibilità. Se l’azienda non è allineata ai loro valori… la lasciano. Non importa quanto paghi. Per loro il lavoro non è più “vita”, è strumento di libertà.
E proprio mentre cerchiamo di capire loro… ecco che già intravediamo all’orizzonte la Generazione Alpha (dal 2013 in poi). I figli dell’intelligenza artificiale, dei tablet a due anni e dei video educativi su YouTube. I sociologi li chiamano gli iper-connessi. Saranno probabilmente la generazione più istruita, più tecnologica, ma anche – forse – la più fragile emotivamente. Cresciuti nell’era del multitasking costante e della gratificazione immediata.
Chi studia tutto questo?
Uno dei massimi esperti mondiali del tema è Jean Twenge, psicologa americana e autrice del libro “Generations: The Real Differences between Gen Z, Millennials, Gen X, Boomers, and Silents—and What They Mean for America’s Future” (2023), dove analizza i dati di milioni di americani in oltre 50 anni. In Italia, il sociologo Domenico De Masi ha dedicato gran parte della sua carriera a riflettere sul futuro del lavoro e sull’impatto del tempo libero, anticipando molti tratti che oggi riconosciamo nei giovani.
Il World Economic Forum, ogni anno, aggiorna il proprio report sul futuro delle competenze, dove emerge chiaramente che le soft skills – empatia, pensiero critico, adattabilità – diventeranno sempre più cruciali. E indovina chi le possiede già in modo innato? Proprio le nuove generazioni.
Un esempio reale: il caso di “Leo”, Gen Z in azienda metalmeccanica
Qualche mese fa sono stato chiamato da un’azienda storica del Nord Est per supportare l’inserimento di un giovane tecnico elettronico appena assunto. Lo chiameremo Leo, 23 anni, diplomato, brillante. Dopo solo tre mesi, voleva già cambiare.
Parlai con lui. “Mi sento in un ambiente dove la mia voce non conta”, mi disse. E in effetti, in riunione, nessuno gli chiedeva mai un parere. Gli altri tecnici, tutti over 45, lo guardavano come fosse un alieno quando proponeva una soluzione digitale per la manutenzione predittiva.
Organizzai un incontro con la direzione. Proposi un reverse mentoring: Leo avrebbe affiancato i tecnici senior per introdurre soluzioni digitali, mentre loro gli avrebbero trasmesso l’esperienza manuale. Dopo sei mesi, Leo non solo è ancora in azienda, ma è diventato il punto di riferimento per l’automazione industriale.
L’azienda ha capito una cosa: le nuove generazioni non si gestiscono. Si ascoltano, si valorizzano e si coinvolgono.
Cosa possiamo fare noi?
Con 30 anni di business coaching alle spalle, ti dico questo: il problema non sono i giovani. Il problema è la nostra resistenza al cambiamento. Abbiamo paura di perdere il controllo, ma il controllo oggi non è più potere. È relazione, è apertura, è curiosità.
E allora, come leader, imprenditori, manager, dobbiamo diventare ponte tra le generazioni. Dobbiamo creare spazi di confronto, flessibilità organizzativa, formazione continua. Dobbiamo imparare a chiedere: “Come la vedi tu?”
Perché solo chi sa dialogare con le nuove generazioni… avrà un posto nel futuro del lavoro.
Conclusione
Il mondo del lavoro non sarà più come prima. Ma questa non è una minaccia. È un’opportunità. La Generazione X porta esperienza. I Millennials portano senso. La Gen Z porta valori. Gli Alpha porteranno visioni nuove.
Sta a noi creare il contesto dove ognuno possa fiorire.
Perché il talento non ha età, ma ha bisogno di terreno fertile.
Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi portare una cultura generazionale evoluta nella tua azienda, scrivimi.
Insieme possiamo costruire un futuro dove ogni generazione abbia il suo spazio.





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