Ti è mai capitato di entrare in una stanza e, prima ancora di parlare, sentire che tutti ti stavano già ascoltando?
Oppure il contrario: parlare, ma nessuno sembrava davvero recepire il tuo messaggio?
Nel mio lavoro di business coach, queste sfumature fanno tutta la differenza tra leadership percepita e leadership reale.
E spesso, la chiave è invisibile agli occhi, ma evidente al corpo: la postura.
Il corpo parla prima di te
In oltre trent’anni in azienda, ho visto imprenditori, manager e team leader affrontare le sfide più dure. Alcuni, pur essendo preparati, faticavano a farsi seguire. Altri, magari meno esperti, conquistavano la stanza con naturalezza.
Cos’era? Carisma? Esperienza? Talento innato?
Non solo. Era il corpo che stava “raccontando” chi erano prima ancora della loro voce.
Il corpo non mente. E il cervello lo ascolta.
La scienza dietro l’intuizione
Uno studio pionieristico della psicologa sociale Amy Cuddy, professoressa ad Harvard, ha reso celebre un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario: la postura influenza il nostro cervello e la percezione che gli altri hanno di noi.
Nel suo famoso TED Talk – che ha superato i 60 milioni di visualizzazioni – Cuddy ha mostrato come le cosiddette “power pose” (posture di potere) possano modificare, in pochi minuti, i livelli di testosterone e cortisolo, gli ormoni legati alla leadership e allo stress.
Un corpo che si apre, che si espande, che occupa spazio – anche solo per due minuti – invia al cervello un messaggio potente: “sono sicuro, sono presente, ho il controllo”.
Al contrario, una postura chiusa e contratta attiva inconsciamente segnali di insicurezza e di minore autorità.
Un caso reale: la CEO invisibile
Ricordo una cliente, CEO di una PMI da 80 dipendenti. Preparata, intelligente, determinata. Ma durante le riunioni di leadership sembrava “sparire”. I suoi manager la ascoltavano con cortesia, ma non con convinzione. Lei stessa si sentiva spesso “messa in un angolo”, quasi ignorata.
Quando lavorammo insieme, iniziai osservando il suo modo di entrare in sala. Era piccola di statura, sì, ma il problema non era fisico: si sedeva rannicchiata, mani tra le gambe, spalle piegate in avanti, tono di voce basso.
Le chiesi di provare un piccolo esercizio: prima della riunione, restare da sola due minuti in piedi, con le braccia aperte a V, i piedi ben piantati a terra e lo sguardo in avanti. Una tipica “power pose”, come suggeriva la Cuddy.
All’inizio si sentiva ridicola. Ma già dopo qualche settimana, il cambiamento era evidente: parlava più lentamente, con più calma. Si sedeva dritta, occupava lo spazio. I manager iniziarono a darle la parola per primi, a chiederle opinioni. Non era cambiato il suo cervello. Era cambiata la percezione che aveva di sé stessa. E di conseguenza quella degli altri.
Perché funziona anche nel business?
Perché il cervello non è un dittatore. È un dialogatore.
Dialoga costantemente con il corpo, in entrambe le direzioni. La mente influenza il corpo, certo. Ma il corpo ha il potere di influenzare la mente.
Questo è un principio potentissimo nel coaching aziendale.
Quando una persona assume una postura da leader, comincia a sentirsi leader. E quando si sente leader, agisce da leader. È un circolo virtuoso.
Il mio consiglio da coach
Ogni mattina, prima di iniziare una giornata importante, prima di una riunione decisiva, prima di una trattativa:
prenditi due minuti. Chiudi la porta. Stai in piedi. Apri le braccia. Respira. Radicati. Occhi al cielo. Poi, entra.
Non serve recitare. Non serve fingere. Serve insegnare al corpo a comunicare con il cervello. E il cervello farà il resto.
Conclusione
La postura non è un dettaglio. È una dichiarazione d’intenti.
In oltre trent’anni di coaching, ho imparato che il successo non si costruisce solo con le parole o con le strategie. Si costruisce anche con il modo in cui entri in una stanza, ti siedi a un tavolo, o ti alzi a parlare.
Come diceva Nietzsche:
“Non pensiamo solo con il cervello, ma anche con i muscoli.”
E ogni muscolo può diventare un alleato.
Se impari ad ascoltarlo.





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