
Ci sono frasi che risuonano in modo sottile ma devastante, come il ticchettio di una bomba a orologeria. Una di queste, tra le più diffuse e pericolose, è: “Se mi ami (o se mi rispetti, o se mi conosci davvero), dovresti capirlo da solo.”
L’ho sentita ripetere decine, centinaia di volte. In contesti personali, certo. Ma anche in azienda, tra soci, manager e collaboratori. È un pensiero antico, radicato nell’illusione che l’altro dovrebbe leggerci dentro. Un pensiero tanto umano quanto tossico, perché si basa sull’attesa silenziosa e sulla speranza passiva. Due ingredienti perfetti per alimentare la frustrazione.
Come coach, ho imparato che la chiarezza è un atto d’amore. E che l’ambiguità – anche se apparentemente più elegante o meno conflittuale – è spesso una forma di sabotaggio.
Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, lo spiegava già negli anni ’60. Quando non esprimiamo chiaramente ciò che vogliamo, mettiamo in moto dei “giochi psicologici”: piccoli copioni inconsci in cui interpretiamo ruoli – vittima, salvatore, persecutore – sperando che l’altro faccia la mossa giusta per salvarci dal nostro stesso silenzio.
Un caso reale: il manager che voleva essere riconosciuto
Marco (nome di fantasia) è un direttore commerciale in un’azienda con cui collaboro da anni. Persona brillante, visione strategica, forte senso di appartenenza. Eppure, da qualche tempo, appariva sempre più frustrato, meno coinvolto, disilluso. In una sessione di coaching individuale, gli ho chiesto:
“Cosa ti aspetti, Marco, e che non sta succedendo?”
Dopo un lungo silenzio, ha risposto:
“Mi aspetto un riconoscimento. Vorrei che il titolare capisse quanto ho dato in questi anni. Ma non glielo dirò mai. Se non lo capisce da solo, allora non lo merito.”
Questa frase, apparentemente nobile, è in realtà una trappola.
Marco non stava comunicando ciò che voleva. Sperava che il suo bisogno venisse intuito, letto tra le righe, magari premiato spontaneamente. Ma il titolare, dal canto suo, era immerso nelle sue mille urgenze e, in buona fede, dava per scontato che tutto andasse bene.
Abbiamo lavorato insieme sulla consapevolezza e sul coraggio comunicativo. Alla fine, Marco ha preso l’iniziativa. Ha chiesto un incontro, ha espresso il suo bisogno di riconoscimento in modo adulto, sereno, autentico.
La risposta? Il titolare è rimasto colpito e dispiaciuto. Ha ammesso di non essersi reso conto del silenzioso disagio di Marco. Da lì, il rapporto si è trasformato. È nato un nuovo patto, più chiaro, più maturo. E Marco ha ritrovato energia e motivazione.
Perché facciamo così?
Perché speriamo che l’altro capisca da solo?
- Per paura di sembrare deboli.
- Per il timore di essere rifiutati o fraintesi.
- Per un’antica convinzione infantile: “Se mi ami davvero, mi devi capire senza che io parli.”
Ma siamo adulti, non bambini. E gli adulti funzionali si assumono la responsabilità di esprimere i propri bisogni.
Cosa possiamo fare?
Ecco 3 strumenti pratici, nati dal coaching, per uscire da questo meccanismo:
- Osserva il tuo bisogno non espresso.
Qual è la cosa che stai aspettando in silenzio? Da chi? Cosa ti aspetti che succeda? - Chiedi, con chiarezza e rispetto.
Allenati a dire: “Per me è importante…” oppure “Mi piacerebbe che…”. Non è pretesa, è onestà. - Smetti di giocare a “Indovina cosa voglio”.
I giochi psicologici consumano energia e avvelenano le relazioni. Parla chiaro, senza maschere.
Conclusione
La comunicazione adulta è la strada maestra della leadership, dentro e fuori l’azienda. E dire ciò che vogliamo – senza drammi, senza ricatti, senza aspettative magiche – è uno dei più grandi atti di responsabilità e libertà che possiamo compiere.
Ricorda: nessuno ha il dovere di leggerti nel pensiero. Ma tu hai il diritto – e il dovere – di comunicare ciò che conta per te.
E, spesso, da quel gesto semplice ma coraggioso, iniziano le vere trasformazioni.
Se vuoi approfondire questo tema, ti consiglio la lettura di “A che gioco giochiamo” di Eric Berne. È un libro che ha cambiato la mia visione delle relazioni e che porto spesso nei miei percorsi di coaching.
Alla prossima riflessione.





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