
Di solito, non è una questione di parole. È una questione di paura.
Dopo più di trent’anni a fianco di imprenditori, manager, professionisti e famiglie intere, ho imparato una cosa che continuo a ripetere ovunque vada: la comunicazione è il cuore di ogni relazione, ma non tutte le relazioni permettono al cuore di parlare liberamente.
E, paradossalmente, sono proprio le persone che amiamo di più quelle con cui facciamo più fatica a comunicare.
Mi capita spesso di entrare in aziende dove tutto è perfettamente organizzato: processi, obiettivi, budget, ruoli chiari. Ma poi scopro che l’imprenditore non riesce a parlare con suo figlio, che ha appena iniziato a lavorare con lui. Oppure che il manager, brillante e rispettato, si blocca ogni volta che deve parlare con la moglie delle sue paure, delle sue insicurezze, del futuro.
La verità che fa male: abbiamo più paura dell’intimità che del conflitto.
Sì, hai letto bene. Non è il conflitto che ci fa paura. È l’intimità.
Perché l’intimità ci espone. Ci rende vulnerabili. Ci costringe a mostrare la nostra parte più fragile. E quando si tratta di persone che amiamo, la posta in gioco è troppo alta.
Con uno sconosciuto possiamo sbagliare, possiamo essere fraintesi. Pazienza.
Ma con un figlio, con una compagna, con un genitore… no.
Lì abbiamo paura di deludere, di rovinare tutto, di non essere compresi.
E allora ci rifugiamo dietro al silenzio, al sarcasmo, alle mezze frasi.
Ci nascondiamo. E smettiamo di parlare davvero.
Un esempio reale: Marco e suo padre
Marco ha 38 anni, è un imprenditore capace, con una bella azienda in crescita. Mi chiama per un percorso di coaching. Penso voglia lavorare sulla leadership, sull’organizzazione aziendale, sulla strategia.
Invece mi dice, al secondo incontro:
“Vorrei imparare a parlare con mio padre.”
Suo padre ha fondato l’azienda trent’anni fa. È un uomo duro, concreto, poche parole, tanti fatti.
Marco mi confessa che non gli ha mai detto una cosa semplice:
“Papà, ho paura di non essere all’altezza.”
Ogni volta che prova ad avvicinarsi, il padre cambia argomento. Oppure lo corregge. Oppure dice: “Smettila di pensarci troppo.”
Iniziamo a lavorare insieme su un’idea molto semplice: il modo in cui parliamo dice chi siamo, non solo cosa vogliamo.
Alleniamo la presenza, la capacità di stare nel silenzio, la forza di un “ti ascolto” detto con gli occhi prima che con la voce.
Dopo alcune settimane, Marco trova il coraggio. Non una conversazione epica, niente frasi da film. Solo un momento vero. Un pranzo. Uno sguardo. Una frase semplice:
“Lo so che non te lo dico mai, ma io ti rispetto tantissimo. E a volte non so come dirtelo.”
Il padre non risponde subito. Poi dice:
“Lo so. Io non sono bravo a parlare, ma ti vedo.”
Quella frase ha cambiato tutto. Non ha risolto ogni difficoltà. Ma ha aperto una porta. E quando una porta si apre, l’aria ricomincia a circolare.
Cosa possiamo imparare da questo?
Se oggi ti accorgi che comunicare con le persone che ami ti costa fatica, sappi che è normale. Ma sappi anche che puoi fare qualcosa.
La chiave è la semplicità.
Non cercare le parole perfette.
Non aspettare il momento giusto.
Non pretendere di essere compreso se prima non ti concedi di essere vero.
Fai il primo passo. Non per cambiare l’altro. Ma per essere autentico.
Non c’è regalo più grande che possiamo fare a chi amiamo.
Conclusione:
Comunicare non è dire.
È donarsi.
E donarsi, a volte, fa paura.
Ma ti assicuro che è la strada più sicura per tornare a sentirsi vicini. Anche in silenzio.
Se questo tema ti ha toccato, scrivimi.
Oppure, se vuoi, raccontami la tua storia.
Forse non hai bisogno di un consiglio.
Forse ti basta solo un orecchio che ascolta.
Io sono qui.
Da oltre trent’anni, è questo il mio mestiere: aiutare le persone a ritrovare la voce.
Quella vera.





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