
Ho passato più di trent’anni dentro le aziende. Le ho viste crescere, crollare, rinascere. Ho affiancato imprenditori visionari e manager bloccati, ho respirato l’adrenalina dei lanci e la tensione delle crisi. Ma se c’è una cosa che ho imparato — una di quelle che non trovi nei manuali — è che le aziende migliori non sono quelle più “maschili” o più “femminili”. Sono quelle più complete.
Sì, sto parlando di parità di genere, e no, non ti sto facendo un discorso da convegno o una predica politically correct. Ti sto raccontando quello che ho visto sul campo: la parità funziona. Punto. E funziona soprattutto dove meno te lo aspetti.
Il caso reale: la svolta dell’azienda di impiantistica
Qualche anno fa sono stato chiamato da un’azienda friulana di impiantistica industriale. Classico contesto tecnico, prevalentemente maschile, cultura aziendale un po’ rigida, molto verticale. L’amministratore delegato — una persona pratica, concreta, poco incline alla retorica — mi dice:
“Abbiamo un problema: i progetti non arrivano mai in tempo, il team è sempre in affanno e c’è un clima teso. Trova tu la radice.”
Inizio il mio lavoro. Osservo. Ascolto. Analizzo. E trovo un pattern interessante: i team erano tutti guidati da uomini, spesso con lo stesso profilo comportamentale — assertivi, brillanti tecnicamente, ma poco propensi al confronto e alla mediazione.
Propongo una soluzione apparentemente semplice, quasi banale: inserire donne nei ruoli chiave dei team di progetto, non per “fare quota rosa”, ma perché quelle donne c’erano già in azienda, solo che erano relegate a ruoli operativi o amministrativi. E avevano una qualità fondamentale: l’intelligenza relazionale, quella che permette di leggere i conflitti prima che esplodano, di coinvolgere invece di imporre, di pianificare con visione d’insieme.
L’AD mi guarda scettico. Ma accetta di provare. In sei mesi, il tasso di ritardo dei progetti scende del 42%. I conflitti si riducono drasticamente. E, soprattutto, emerge un nuovo clima: più cooperativo, meno difensivo. I team si sentono completi, bilanciati.
La verità è semplice (come sempre)
Non serve essere esperti di neuroscienze o di management per capirlo: le persone funzionano meglio quando sono diverse, quando le competenze si integrano, quando c’è equilibrio tra visione e dettaglio, tra decisione e ascolto, tra spinta e cautela.
La parità di genere non è un favore che si fa alle donne. È un vantaggio strategico. È come avere due vele invece di una: navighi meglio, ti adatti al vento, eviti di andare alla deriva.
Ma attenzione: parità non è apparenza
Il rischio è fare “make-up aziendale”: mettiamo una donna in board e ci sentiamo a posto con la coscienza. No. La parità funziona solo se è reale, se è basata su merito, se si costruisce un ambiente dove entrambi i generi possono esprimere il meglio di sé, senza doversi “mascherare” da quello che non sono.
Nel coaching lo vedo ogni giorno: le donne troppo spesso si convincono che, per essere accettate, devono comportarsi come uomini. E gli uomini, di contro, si chiudono quando entrano in gioco competenze più “soft”, come se fossero un segno di debolezza.
Serve un cambio di paradigma. Serve un pensiero più semplice e più profondo allo stesso tempo: capire che la forza non sta nel controllo, ma nell’equilibrio.
Conclusione
Dopo tanti anni di lavoro con imprenditori, manager e team, posso dirlo senza esitazioni: le aziende che abbracciano davvero la parità di genere sono più forti, più resilienti, più innovative.
Perché quando uomini e donne lavorano insieme, davvero insieme, succede una magia: la realtà si arricchisce di prospettive, le decisioni diventano più intelligenti, e il business… cresce. Eccome se cresce.





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