
Immaginate questa scena: un uomo d’affari di successo, seduto nel suo ufficio, con una sigaretta accesa tra le dita. La finestra aperta lascia entrare l’aria fresca del mattino, ma il suo sguardo è perso nel vuoto. Sa che fumare fa male. Lo sa da anni. Eppure, continua. Perché?
Se gli chiedete il motivo, vi risponderà con una delle classiche giustificazioni: “Mi rilassa”, “Mio nonno ha fumato fino a 90 anni ed è morto di vecchiaia”, “Ne fumo solo un paio al giorno”. In realtà, la vera risposta sta in un concetto psicologico potente, studiato dallo psicologo sociale Leon Festinger: la dissonanza cognitiva.
La dissonanza cognitiva: quando la mente si arrampica sugli specchi
La teoria della dissonanza cognitiva afferma che, quando ci troviamo di fronte a un conflitto tra ciò che crediamo e ciò che facciamo, il nostro cervello cerca di ridurre questa tensione in modi che spesso sfidano la logica.
Nel caso del fumatore, il pensiero “Fumare è pericoloso” è in contrasto con il comportamento “Sto fumando”. Questa contraddizione genera disagio e il cervello, per difendersi, cerca di risolvere il conflitto modificando una delle due parti: o smette di fumare (soluzione difficile) o cambia il suo modo di pensare, trovando giustificazioni che rendano il comportamento accettabile.
E questo non vale solo per il fumo. Succede ogni giorno nelle aziende, nelle decisioni strategiche, negli investimenti, nei rapporti con dipendenti e clienti.
Un esempio reale: la dissonanza cognitiva in azienda
Un imprenditore con cui ho lavorato anni fa era convinto che la digitalizzazione fosse il futuro. Ne parlava ai convegni, la consigliava ad altri. Eppure, la sua azienda usava ancora processi manuali, fogli Excel e documenti cartacei. Ogni volta che emergeva l’argomento, trovava scuse: “Il nostro settore è particolare”, “I miei dipendenti non sono pronti”, “Non abbiamo tempo per questi cambiamenti”.
Era la stessa dinamica del fumatore.
Sapeva che innovare era necessario, ma metterlo in pratica richiedeva un cambiamento scomodo. La dissonanza cognitiva lo portava a difendere lo status quo con razionalizzazioni poco convincenti.
Quando gli ho fatto notare il meccanismo, è rimasto in silenzio per qualche secondo. Poi ha sorriso e ha detto: “Dannazione, mi hai beccato!”. Da lì è partita la trasformazione: piccoli passi, uno alla volta, per allineare ciò che pensava con ciò che faceva. Oggi la sua azienda è una delle più digitalizzate del settore.
Cosa possiamo imparare?
Se ti accorgi di trovare giustificazioni per non fare ciò che sai essere giusto, fermati un attimo. Potresti essere intrappolato nella dissonanza cognitiva.
- Ti dici che non hai tempo per il coaching aziendale, ma continui a ripetere gli stessi errori?
- Sostieni l’importanza dell’innovazione, ma la tua azienda è ferma da anni?
- Sai che dovresti delegare, ma continui a controllare ogni minimo dettaglio?
La chiave è rendersi conto del meccanismo. Quando lo vedi in azione, smetti di subirlo e puoi iniziare a cambiare.
Festinger ci ha insegnato che il nostro cervello ama le scorciatoie, ma noi abbiamo il potere di scegliere la strada giusta. E spesso, la strada giusta è quella che ci fa uscire dalla nostra zona di comfort.
Adesso dimmi: quale tua giustificazione stai smascherando oggi?





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