Il metodo

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Era una mattina di fine autunno quando ricevetti la chiamata. Un’azienda locale, specializzata in carpenteria, aveva bisogno del mio aiuto. La questione riguardava l’archivio, un pilastro dell’operatività aziendale. L’impiegato storico, custode di anni di documenti e informazioni, era prossimo alla pensione. Il titolare, visibilmente preoccupato, mi spiegò la situazione: occorreva trovare un giovane da affiancare al pensionando per un passaggio di consegne efficace. L’archivio era il cuore pulsante dell’azienda; ogni pratica doveva essere perfettamente organizzata, poiché, anche a distanza di anni, potevano essere richiesti interventi sui vecchi cantieri.

La selezione non fu semplice, ma alla fine individuai un candidato promettente. Il giovane fu inserito in azienda con due mesi di anticipo rispetto al pensionamento del suo predecessore. Tutto sembrava andare per il meglio, finché, a soli dieci giorni dalla pensione, ricevetti una telefonata concitata dal titolare: l’anziano archivista aveva dichiarato senza mezzi termini che il ragazzo era “incapace” di gestire l’archivio. La disperazione del titolare era palpabile.

Il giorno successivo mi recai in azienda per affrontare la situazione. Dopo un breve confronto, decisi di parlare separatamente con l’anziano impiegato. Volevo capire cosa stesse realmente accadendo. L’anziano archivista non si trattenne: “Non tiene l’archivio come dico io,” disse con tono infastidito.

Decisi allora di mettere il giovane alla prova davanti al titolare. Chiesi di simulare alcune richieste casuali. Il titolare iniziò: “Portami la pratica della ditta Pinco, anno 2009, maggio.” Senza esitare, il giovane scomparve nell’archivio e tornò dopo pochi minuti con la pratica giusta. Il titolare, visibilmente sorpreso, decise di complicare la prova: “Mi sono confuso. Voglio quella di Pallino, anno 2010, luglio.” Di nuovo, il giovane tornò con la pratica corretta. E ancora, per una terza volta, il ragazzo dimostrò di saper maneggiare l’archivio con precisione e rapidità.

A quel punto facemmo rientrare l’anziano dipendente e gli chiesi di spiegare nuovamente cosa non andasse. Dopo qualche esitazione, ammise: “Non lo fa come lo facevo io.”

La verità era emersa: non era un problema di incompetenza, ma di metodo. Il giovane aveva sviluppato un sistema personale, diverso da quello del suo predecessore, ma altrettanto efficace. Tranquillizzai il titolare, assicurandogli che l’archivio era in buone mani.

Questo episodio mi ha insegnato una lezione fondamentale: spesso ci si aggrappa al proprio metodo come se fosse l’unico possibile, dimenticando che l’obiettivo principale è il risultato. Finché il lavoro è svolto con precisione e nei tempi richiesti, il percorso per arrivarci può variare. Non è il metodo che conta, ma l’efficacia del risultato.

Da allora, mi sforzo sempre di valutare il merito delle persone non in base al “come” fanno le cose, ma in base a “quello” che riescono a ottenere.

Marino Avanzo

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